Reato di clandestinità. Trallallà, trallallà. . .

Caro Beppe, ma che uscite fai?
Dal punto di vista mediatico e della strategia comunicativa il post di Grillo contro la depenalizzazione  del reato di clandestinità è stato un autogol doloso.
Tutto per racimolare qualche voto nei bacini leghisti? Rischiando di perdere molto di più nel bacino più ampio dei disillusi di sinistra? Come dimostrerà la votazione on line di qualche mese più tardi.
Un timing diabolico per un’uscita del genere, che lascerebbe immaginare scenari fantapolitici, se non fosse già evidente come i due epigoni di Tafazzi di diabolico non hanno proprio nulla. E che dai democristiani che intendono combattere e contrastare devono imparare ancora tanto. Questi sarebbero i guru della comunicazione? I deus ex machina di sedicenti complotti multinazionali?
Perché quel post così brutalmente diretto, senza filtri, viola l’intero statuto implicito della politica tradizionale. E’ sordo al clima del momento, richiama a un codice che la politica tradizionale non potrà mai accettare e soprattutto contiene l’identificazione, vera o solo presunta, con la voce del popolo.
Reato gravissimo in un sistema vecchio e “fuori servizio” ancorato a una visione paternalistica del politico carismatico e dotato di un autorevolezza divina, che “educa” le masse inermi, che tutt’al più possono delegare in bianco schiere di candidati ignorando anche il rapporto implicito che questi possono avere con qualche straccio di programma. Alla faccia del populismo!
Ed eccoli là Masaniello e Giangi “rotten” Casaleggio, a fare da target alle freccette avvelenate con le parole d’ordine di razzismo e xenofobia, dopo quelle di fascismo, antisemitismo (si anche quello!).
Le armi a salve degli ex comunisti al caviale, piangenti e solidali che però dal 2002 non hanno un’idea alternativa alla Bossi Fini e che hanno dovuto attendere due deputati grillini, la pattuglia dei cretini, per proporre l’abolizione dell’“inquietante” reato di clandestinità, figlio della solita, ennesima norma manifesto, difficilmente applicabile e infatti praticamente disapplicata. La solita glassa a coprire i buchi veri. Una contravvenzione comminata solo 12 volte in 18 mesi, contro coloro la cui presenza non è coperta da un permesso di soggiorno (ovverosia presenti non giustificati sul territorio nazionale, sia che si tratti di persone entrate abusivamente o overstayer, ossia che si sono trattenuti oltre la scadenza del permesso di soggiorno scaduto senza rinnovarlo).
Una contravvenzione, dunque, e non un delitto (per cui la sanzione è un’ammenda e non una multa), peraltro non accompagnata neanche dall’arresto (cosa che qualunque giornalista avrebbe potuto verificare andandosi a leggere il testo dell’art. 10 bis del T.U. Immigrazione); quando in ordinamenti a noi vicini, non solo esiste il reato di clandestinità, ma viene punito con pene detentive e non con pene pecuniarie come da noi (leggi le note in fondo*).
Ma da noi si montano finte urgenze normative, perché l’urgenza è uno strumento di governo (leggi articolo su amnistia e indulto) e nel dibattito entra in gioco anche il reato di favoreggiamento dell’immigrazione.
L’informazione lottizzata, ovviamente è parte di questa strategia, e lascia dolosamente lievitare la confusione tra il reato di immigrazione clandestina (art. 10 bis del T.U. n.286/98, come modificato dalla Bossi Fini del 2002 e dai pacchetti sicurezza di Maroni nel 2009 e nel 2011 e sulla quale la Corte di Giustizia con diverse sentenze – casi El Dridi, Achugbabian e Sagor – ha detto cose molto precise) e il reato di agevolazione dell’ingresso di “clandestini” (art. 12 dello stesso .T.U.).
E dispiace anche di certe affermazioni molto “climatiche”, come quelle di Giusi Nicolini, il sindaco di Lampedusa che ad esempio ha dichiarato: «L’Italia ha normative disumane: tre pescherecci sono andati via dal luogo della tragedia perché il nostro Paese ha processato i pescatori che hanno salvato vite umane per favoreggiamento all’immigrazione clandestina».
Semplicemente falso.
Partiamo da un fatto: nessuno in Italia è mai stato condannato per aver favorito l’immigrazione clandestina dopo aver aiutato dei naufraghi. E questo per due motivi: la legislazione italiana lo vieta in maniera esplicita e lo vietano anche i trattati internazionali sottoscritti dall’Italia.
Io, anche solo per deformazione personale, partirei dal diritto positivo: le norme.
Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reato che dovrebbe essere imputato agli scafisti è disciplinato nell’art. 12 del T.U. sull’Immigrazione:  

Disposizioni contro le immigrazioni clandestine.

(Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 10)

1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, in violazione delle disposizioni del presente testo unico, promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona

2. Non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato

.

Il grassetto serve a chiarire. Il primo comma, ha una portata generale e sembrerebbe disporre la possibilità di perseguire chiunque trasporti immigrati in Italia, anche se si tratta di naufraghi tratti in salvo da un’imbarcazione affondata. Ma il secondo comma dello stesso articolo, però è molto chiaro in proposito, laddove viene specificato che le attività di soccorso e assistenza umanitaria di stranieri in difficoltà che sono comunque nel territorio italiano non costituiscono reato. Ciò significa a prescindere da un titolo di legittimità, perché ovviamente il soccorso e l’assistenza devono essere garantiti.
Si tratta esattamente di quello che è accaduto nel caso di Lampedusa.
Al momento dell’affondamento la nave si trovava a mezzo miglio dalla costa, cioè già nelle acque territoriali italiane. I migranti a bordo, quindi, erano stranieri in difficoltà comunque presenti nel territorio italiano.
Il punto semmai sarebbe un altro: cosa sarebbe accaduto se invece il barcone fosse affondato oltre il limite delle acque territoriali italiane?
La risposta va cercata nei trattati internazionali sottoscritti dall’Italia. In particolare nelle varie convenzioni (SAR e SOLAS) e negli emendamenti che sono stati di volta in volta votati dall’organismo dell’IMO, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di regolamentare la navigazione. La convenzione SAR obbliga in particolare a prestare soccorso a chiunque si trovi in mare, anche oltre il limite delle acque territoriali, ma in zona di competenza di un particolare stato, “indipendentemente dalla sua nazionalità” e di condurlo in un “luogo sicuro”.
Negli emendamenti ai trattati approvati successivamente vengono specificati alcuni termini. “Luogo sicuro”, ad esempio, non può essere considerata la nave nella quale vengono caricate le persone in difficoltà, che invece è definito un luogo puramente “provvisorio”. Sempre gli stessi emendamenti specificano anche che nessuna organizzazione o persona può influenzare il giudizio del capitano che ha portato il soccorso su quale sia il “luogo sicuro” più adatto in cui portare i naufraghi. In altre parole, un capitano che ritenesse che il luogo sicuro più adatto dove portare dei naufraghi fosse il porto di Lampedusa, non può essere influenzato o bloccato in questa sua decisione.
Allora gli arresti? A cosa si riferisce Giusi Nicolini e i pescatori lampedusani nelle dichiarazioni rilasciate dopo l’ennesima vergognosa strage?
E’ possibile che alcuni capitani siano stati processati per aver salvato dei naufraghi ed averli portati in Italia?
Certo che no.
Si tratta in realtà di un caso molto diverso e particolare sul piano giudiziario. Nell’agosto del 2007 due pescherecci tunisini salvarono da alcuni barconi 44 migranti e li trasportano sull’isola di Lampedusa e il tribunale di Agrigento indagò i due capitani e i loro marinai proprio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dai resoconti degli investigatori, inclusi negli atti, le stive dei pescherecci erano vuote e non c’era nemmeno odore di pesce. Sospettarono che in realtà i due capitani avessero soltanto finto di salvare i migranti.
Il tribunale di Agrigento li assolse da quest’accusa, ma li condannò per “resistenza a pubblico ufficiale” e “aggressione di nave da guerra”.
Era accaduto infatti che le navi della marina militare italiana e della guardia costiera avessero ordinato ai due pescherecci, dopo il salvataggio avvenuto fuori dalle acque territoriali, di invertire la rotta. I due pescherecci, con una serie di manovre aggressive, riuscirono comunque a forzare il blocco e ad entrare nelle acque italiane e poi nel porto di Lampedusa. La corte d’appello assolse i due pescatori anche da queste accuse, sostenendo che vi fosse uno “stato di necessità” (articolo 54 c.p.) e che quindi, in base anche ai trattati internazionali sottoscritti dall’Italia, i due capitani non potevano essere perseguiti, neanche per quello.
Nonostante l’assoluzione i due capitani tunisini subirono molti danni a causa del processo – furono tenuti in custodia cautelare per quasi 40 giorni e le loro imbarcazioni vennero sequestrate. Non è chiaro se i due pescatori abbiano ottenuto un risarcimento.
E questo è il motivo reale che muove i pescatori. E’ comprensibile, se non condivisibile, che  cerchino un “alibi”.
Ovviamente a nessuno piace finire negli ingranaggi lenti e usuranti della giustizia italiana, anche se per un errore giudiziario.
Per esempio i fratelli Campo da quattro anni attendono ancora un rimborso di 40 mila euro per danni ben maggiori di circa 200 mila euro causati proprio da un intervento di soccorso e dall’ingresso nel porto. Quell’azienda che dava lavoro a 20 famiglie è fallita», ha dichiarato il presidente del Distretto Pesca di Mazara del Vallo, Giovanni Tumbiolo.
In altre parole, l’obbligo di rientrare rapidamente in porto dopo aver recuperato dei naufraghi può portare dei danni alle imbarcazioni. È la lentezza dello stato nel rimborsare questi danni che ha portato alcune aziende al fallimento.
E’ probabile che sia necessario rivedere la Bossi-Fini, per la condizione di precarietà che impone ai migranti comunque presenti in Italia, per l’eccessivo ruolo attribuito alle norme penali e per la mancanza di canali legali di ingresso per lavoro, ma non perché incida sul verificarsi delle stragi in mare, rispetto ai quali vanno chiamati in causa gli accordi bilaterali, le intese operative delle polizia dei diversi stati e le scelte politiche, variabili a seconda delle contingenze, di affidare a questo o a quel paese i compiti di salvataggio nelle diverse zone Sar (ricerca e salvataggio), in assenza di una disciplina europea che stabilisca chiaramente in quale paese condurre i naufraghi che facciano subito dopo lo sbarco una richiesta di asilo.

Non è un caso che oggi se ne parli solo per decongestionare la macchina della giustizia. Il che farebbe pensare che c’è tanta clandestinità, cosicché il numero delle procedure è elevato e l’irrogazione della pena è praticamente impossibile. Possiamo nasconderci quanto vogliamo, ma la verità è che siamo stati costretti a fare i cani da guardia in Europa, vista pure la nostra posizione geografica, ma gli immigrati servono. Servono ai padroni delle terre, per avere gli schiavi e servono al mercato del lavoro, perché l’aumento dell’offerta di lavoro giustifica l’abbassamento del valore del lavoro, abbassamento generalizzato dei salari e diminuzioni delle condizioni normative a tutela del lavoro.
Perché come si può elevare la parità di bilancio a norma costituzionale e affrontare i flussi immigratori senza intaccare lo stato sociale?
E allora Beppe, se proprio dovevi aprire bocca non sarebbe stato meglio giocare sulle contraddizioni, smascherare certe diffuse ipocrisie, soprattutto a sinistra? Anche se ammetto che sia difficile trovarne una. Caro Beppe, sarebbe bastato recitare te stesso. Obbligare a riflettere sul fatto che mentre si idealizza l’accoglienza di queste vite disperate, si taglia ogni giorno un pezzo di stato sociale. Poveri, stranieri, disorientati, spaventati, divisi che avranno bisogno di servizi, di assistenza sanitaria, di scuole, di case che le politiche nazionali stanno riducendo drasticamente. Anche ai cittadini residenti. Avreste dovuto gridare questo! Gridare che nel paese delle mafie, queste vite diventano oggetti della malavita, di sub economie che creano diseconomie spaventose, dove il loro lavoro schiavizzato va in tasca agli sfruttatori, lasciando alle istituzioni il costo della dovuta assistenza. Avreste dovuto urlare che la guerra tra poveri nasce anche dai bisogni mica solo dai cattivi pensieri e che semmai i cattivi pensieri trovano terreno fertile proprio dove i bisogni vengono elusi o calpestati. Solo le anime belle possono illudersi che l’indigenza, l’insicurezza, l’abbrutimento sociale, non si accompagni all’intolleranza deflagrante in ogni direzione, razziale, di genere, territoriale. Questo dovevi gridare Beppe, come hai fatto in mille piazze, intercettando quel nodo inestricabile della paura. Perché gli altri la paura la usano o la cavalcano o se ne fregano a seconda delle convenienze.
Ecco, solo questo.

* Nell’ordinamento francese con un passato coloniale imponente(Code de l’entrée et du séjour des étrangers et du droit d’asile  – Libro VI, Titolo II), l’immigrazione clandestina  penalmente sanzionata nel ai sensi degli articoli L. 621-1 del Code, per cui: “. . .lo straniero che entri o soggiorni in Francia senza i documenti richiesti per legge, ovvero si sia trattenuto sul territorio francese oltre il termine previsto dal suo visto d’ingresso, è punito con la reclusione di un anno e un’ammenda di 3.750 euro. Le stesse sanzioni sono applicate allo straniero che abbia violato le disposizioni del trattato di Schengen relativamente al possesso di documenti di viaggio, al visto o alla disponibilità di risorse economiche sufficienti al suo sostentamento; ovvero all’ingresso nel territorio nazionale malgrado la segnalazione ai fini dell’ammissione in applicazione di una decisione esecutiva adottata da un altro Stato firmatario della Convenzione medesima (art. L621-2). Il giudice può inoltre interdire l’ingresso ed il soggiorno in Francia allo straniero condannato per immigrazione clandestina per un periodo di tempo non superiore a tre anni. In questo caso, scontata la pena, il condannato viene accompagnato alla frontiera”. Tra l’altro, l’articolo L314-2 dispone che il primo rilascio della carte de résident sia subordinato alla cosiddetta integrazione repubblicana (intégration républicaine) del richiedente, con particolare riguardo all’impegno personale nella conoscenza e nel rispetto effettivo dei princìpi che reggono il sistema repubblicano e alla competenza linguistica. Per valutare le condizioni di integrazione, l’autorità amministrativa tiene conto della sottoscrizione e dell’osservanza di un “contratto di integrazione ed accoglienza”, (art. L311-9, contrat d’accueil et d’intégration), in base al quale il sottoscrittore si impegna a seguire specifici percorsi gratuiti di formazione civica e linguistica. In Germania poi c’è l’Aufenthaltsgesetz del 30 luglio 2004 (Gesetz über den Aufenthalt, die Erwerbstätigkeit und die Integration von Ausländern im Bundesgebiet) e l’immigrazione illegale è reato: l’articolo 95, recante le sanzioni, prevede la reclusione (Freiheitstrafe), da uno a tre anni, e la sanzione pecuniaria (Geldstrafe). La pena detentiva fino ad un anno è prevista per le seguenti fattispecie: residenza in territorio tedesco senza passaporto o altro documento di identità valido; residenza in territorio tedesco senza permesso di soggiorno o in pendenza di un provvedimento esecutivo di allontanamento; ingresso illegale come previsto dall’art. 14; rilascio di dichiarazioni false o incomplete relativamente ai propri dati personali ai sensi dell’articolo 49, comma 2; violazione delle disposizioni di tutela della sicurezza interna (artt. 46, 47 e 49); mancata ottemperanza all’obbligo di registrazione in violazione delle disposizioni che prevedono limitazioni territoriali al soggiorno (art. 54a); violazione ripetuta del limite di validità territoriale del permesso di soggiorno (art. 61, comma 1); appartenenza ad una associazione o gruppo la cui esistenza, obiettivi o attività siano tenute volutamente segrete alle autorità. Con la reclusione fino a 3 anni è invece punito lo straniero che: già espulso, ricondotto alla frontiera o allontanato dal territorio federale, entri o soggiorni nuovamente in territorio tedesco, contravvenendo all’articolo 11, comma 1; ovvero a chi utilizzi o fornisca false informazione al fine di procurare per sé o per altri un permesso di soggiorno o una sospensione temporanea di un provvedimento di espulsione, ed utilizzi tali documenti per fine di frode. Peraltro, l’unico intervento della Corte costituzionale – sentenza n. 249 dell’8 luglio 2010 – è stato quello di decidere la caducazione della circostanza aggravante di c.d. “clandestinità del reo”, introdotta dal decreto-legge n. 92/2008, poi convertito nella legge 24 luglio 2008, n. 125, recante misure in materia di sicurezza pubblica, firmata, senza rinvio, dal Capo dello Stato Napolitano!  
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