Conventio ad excludendum

Ossia come ti faccio fuori il terzo incomodo. O meglio scomodo.  Ovverosia Grillo.
Facendo della legge elettorale l’ulteriore baluardo del consolidato sistema politico PD PDL, in vigore da vent’anni e prospetticamente destinato a fondersi. Una liaison d’amour accudita e protetta da una bipolarità apparente, quanto fortificata e riproposta sotto novelle spoglie anche in questi mesi.
Un assetto di potere che si fa evidente, guarda caso, nei passaggi critici dell’elezione del Presidente della Repubblica e della legge elettorale. Tutto il resto è teatro. Nonostante tutta l’informazione main streaming non faccia altro da mesi che decantare le doti di Renzi, preparando il terreno alla sua discesa in campo e il suo inconfondibile savoir-faire, la verità è che la sedicente profferta di collaborazione semplicemente non esiste.
I segretari del PD – Bersani prima e Renzi oggi – si sono mossi da una comune presunzione di superiorità, come se i loro voti fossero golden share rispetto a quelli degli altri, non avanzando in realtà nessuna proposta di collaborazione, semmai richieste di adesione, che si tratti della fiducia al governo, che si tratti delle proprie proposte, in assenza per quest’ultime anche di inviti formali e comunque sempre fuori dalle sedi istituzionali. E la differenza non è da poco.
Il dibattito viene continuamente riportato sul metodo. Ovverosia sui rapporti tra Renzi il “modernizzatore” (era l’etichetta craxiana) e Grillo “il manicheo”, sull’indisponibilità del secondo al dialogo, sull’esistenza di fronde interne, sulla necessità/opportunità di sedersi a un tavolo e via dicendo.

E si ripropone, infatti anche in questo caso, uno schema analogo a quello che si ebbe in occasione del mancato sostegno del M5S al Governo Bersani, quando lo stesso Bersani dimostrò di aver sottovalutato le forze egemoniche nel PD, che si palesarono nei giorni successivi  – e tuttora presenti – e che spingevano verso le larghe intese, preferendo un’alleanza anche scomoda con Berlusconi, piuttosto che il dirompente Grillo – http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/07/08/pd-bersani-mica-io-volevo-far-lalleanza-con-grillo-son-mica-matto/238982/. Ma va?!

Tutti o quasi, infatti, stanno sottovalutando un aspetto che invece è dirimente per l’intera questione: l’opzione tra sistemi che blindino il bipolarismo e sistemi che ammettano una maggior distribuzione di peso politico. Opzione che non coincide perfettamente, ma approssimativamente, con quella tra sistemi maggioritari e sistemi proporzionali. E’ questo il reale terreno di scontro tra il M5S e le altre forze politiche. Almeno quelle di maggioranza (ed ex maggioranza come Forza Italia).
Si sa che nel M5S, nelle piazze e nei forum è sempre prevalsa una netta preferenza verso il proporzionale (come poi confermato nella votazione degli iscritti la scorsa settimana), cosa che è assolutamente inconcepibile, laddove la bipolarità va corazzata a tutti i costi. Non è casuale che Renzi e Berlusconi si siano trovati velocemente in accordo, perché concordano sull’opzione generale, la bipolarità schiacciante.
E’ evidente l’idea comune di una legge elettorale che vada nel senso di lasciar precipitare il peso della scelta. E che in nome della governabilità, assurta a totem, debba essere sacrificato qualunque afflato democratico, viene denunciato anche da una nutrita schiera di costituzionalisti di prim’ordine che rimarcano anche il tradimento dello spirito costituzionale di cui la recente sentenza della Corte di è fatta interprete: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/26/italicum-carlassare-la-governabilita-e-un-artificio-per-garantire-la-conservazione-del-potere/858298/
Il gioco mediatico infatti punta su un assiomatico collegamento tra governabilità e bipolarità, oscurando il prezzo altissimo che ciò farebbe pagare all’elettorato italiano. Che è quanto meno tripolare come ha sostenuto invano in queste settimane la voce autorevolissima Gianfranco Pasquino. Si vogliono spuntare i cittadini, privarli di uno strumento, il principale, di incidere realisticamente nel sistema politico, sottrargli la possibilità di rimuovere il blocco di potere PD-PDL. Italiani messi in ginocchio ancora una volta dal voto al meno peggio, “castizzando” ancora di più i due partiti e le loro sfere di influenza. Perché al Nazareno due conti della serva se li sono fatti eccome. E’ con assoluta probabilità che il PD risulti sempre tra i primi due partiti e che quindi, anche qualora non riesca  a superare la soglia del 35% che gli garantirebbe il premio di maggioranza, partecipi sempre al ballottaggio e in entrambi i casi porterebbe a casa l’intera posta. Se il ballottaggio dovesse essere PD – M5S non c’è ombra di dubbio come l’elettorato PDL si sposti in massa verso Renzi. Al contrario se si dovesse verificare un ballottaggio PD-PDL, è probabile un altissimo astensionismo e/o un triste voto al meno peggio che trasmigrerebbe probabilmente, in maggior percentuale verso il PD. Quindi discorso chiuso. Questo ordine soddisferebbe, infatti,  diversi obiettivi: 1) mettere il PD nella condizione di vincere sempre; 2) “normalizzare” il voto, ossia eliminare dalle sedi decisionali partiti/movimenti che non rispondano ai canoni partitici tradizionali, evitando intrusioni nelle sedi decisionali che possano mettere in discussione il sistema dato, economico o sociale scelto da registi esterni, che si chiamano di volta in volta poli economici e/o finanziari o agenzie trasnazionali, che sono il braccio di quei poteri al livello planetario.
Come si fa a non vedere in ciò un disegno restauratore? E’ così remoto il rischio di retrocedere nuovamente dentro un sistema politico bloccato come quello che vide la DC governare ininterrottamente per 40 anni, sia pur sotto altri presupposti?
I PRECEDENTI
Una bozza di legge elettorale era già stata predisposta dal M5S a settembre (la riunione dei gruppi c’è stata il 4, per l’esattezza), che tratteggiava un sistema proporzionale con piccole circoscrizioni, con ripartizione classica (metodo d’Hondt). Escludeva il premio di maggioranza e introduceva uno sbarramento al 2%, aspetti sui quali però, i gruppi parlamentari avrebbero atteso le indicazioni degli iscritti.
I deputati grillini, infatti, preparano la bozza e il test con i quesiti del referendum interno, per giungere a un disegno di legge ma sanno che gli altri partiti non sono disposti a votare la proposta del M5S, tanto che Giulia Sarti dice espressamente che la questione sulla legge elettorale sarebbe stata fatta slittare a data da destinarsi e sicuramente dopo la sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum, perché per gli altri non è un’emergenza. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/04/m5s-e-metodo-rodota-legge-elettorale-votata-dal-web/.
Esemplare poi l’episodio di Giachetti, quando i deputati PD, ritirarono le firme alla mozione Giachetti che chiedeva l’abrogazione del Porcellum (già sub iudice costituzionale e diffusamente considerato una porcata) e il ritorno in vigore del mattarellum.  I deputati M5S parteciparono attivamente, unendosi agli altri (34 PD, 4 sel-gruppo misto), quindi nessuna preclusione.
E arriviamo al punto:
Come mai Renzi, nelle sue proposte non prende per nulla in considerazione l’ipotesi che potrebbe piacere al M5S? In fondo è pronto a negoziare su un punto delicatissimo come le preferenze con Berlusconi e non c’è neanche una piccola esca per attrarre a un confronto il M5S.
Come mai la strada che porta verso Grillo viene sempre saltata velocemente e si punta sempre ad accordi con Berlusconi?  Per quanto tempo ancora funzionerà la menzogna della necessità, della velocità? Sono vent’anni che suonano la stessa nota e gli italiani?
I gruppi parlamentari del M5S hanno espresso disponibilità a discutere di legge elettorale solo davanti a un ddl nella Commissione affari istituzionali. Piaccia o non piaccia è una procedura ritenuta più trasparente da chi ha preso più di 7 milioni di voti. Non sembra una richiesta eversiva! Se Renzi si presenta lì con in tasca un accordo già preso, quale sarebbe il margine negoziale del M5S ? la risposta è univoca: Nessuno! Il M5S rivendica la centralità del Parlamento, il luogo degli eletti. E’ un istanza così terribile?
Se la legge elettorale è una legge ordinaria, è comunque fondamentale, perché converte l’articolazione del corpo elettorale in effettivo peso politico. Non merita forse un lavoro di convergenza politica più ampia? In quali democrazie si modifica la carta costituzionale o si cambia legge elettorale a colpi di maggioranza? C’è scritto forse questo nella nostra Costituzione?
Segnali, questi, che insieme ad altri, tratteggiano una strategia superiore di graduale restringimento degli spazi di democrazia nel paese, l’instaurazione di un regime a basso grado di democrazia. Un regime soft, ma sempre regime, dentro un apparato formalmente democratico.
Se metto insieme i continui strappi al sistema costituzionale (basta guardare le elezioni di Napolitano, i governi tecnici, le larghe intese, le guarentigie costituzionali usate come scudo di insindacabilità – vedi le intercettazioni a Napolitano – le modifiche alla Costituzione a colpi di maggioranza, e la stessa modifica dell’art. 138) le leggi elettorali congegnate ad uso e consumo di una maggioranza, un sistema dell’informazione lottizzato e polarizzato dagli stessi blocchi che compongono la maggioranza (informazione ma più in generale della cultura, perché i gruppi editoriali aggregano mezzi di informazione, case editrici, produzione e distribuzione cinematografica, i principali eventi culturali – mondo teatrale, musica, lo stesso sport), la diffusissima pratica del voto di scambio che favorisce il potere negoziale delle forze tradizionali più collegate alle economie locali , il graduale svuotamento delle sedi decisionali elettive, in favore di distanti, opache strutture sovranazionali, quello che esce fuori non è proprio un bel quadretto. . .

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