Quando la smetteremo di perdonare tutto a Israele ?

C’è sempre un’insidia dietro l’angolo quando si parla di Medioriente. Un campo minato nel quale ogni affermazione, soprattutto quella meno cauta, rischia di essere smentita e addirittura ribaltata. Un gioco degli specchi nel quale sembra impossibile cogliere una verità unica e condivisa, ma ci si deve rassegnare alla convivenza di diverse verità, tutte apparentemente vere e, quindi, tutte apparentemente false.
Ma questa complessità è stata, spesso, assunta come via di fuga da un discorso sulle responsabilità, dal momento che ogni atto militare o politico dell’uno o dell’altro soggetto, “pretende” di essere considerato come conseguenza ineluttabile di un atto precedente. La cui interpretazione, e qui sta uno dei passaggi più accidentati, è imprescindibile dalla sua percezione, che non può non essere soggettiva.
L’elemento ideologico sta, invece, proprio nello schema per cui: “Nessuno è responsabile mai”. Schema retorico tutt’altro che neutrale, ma piuttosto funzionale a dare razionalità alla serie inaudita di abomini che si consumano in quei territori. Rifiutiamo pure le copertine ideologiche, superiamo i luoghi comuni e le posizioni pregiudiziali, sforziamoci di capire, spingiamoci ad approfondire e riappropriamoci di una visione critica in grado di distinguere e delimitare, con responsabilità e onestà, ciò che è bene da ciò che è male, perché la continua opera di relativizzazione è vigliacca, tanto quanto coloro che spargono sangue.
Bisognerebbe studiare il sionismo, ufficialmente nato nel 1881 ma anticipato da lunga gestazione, le sue premesse e il suo sviluppo. Conoscere con quali modalità le comunità ebraiche, all’inizio soprattutto europee (gli ashkenaziti delle “terre degli insediamenti”, dal Baltico a Odessa, per primi e poi tutti gli altri dopo la seconda guerra mondiale) decisero di “tornare” e “ri-impossessarsi” delle terre di Eretz Yisrael. E soprattutto capire perché sia fallita la visione di Landauer e soprattutto di Martin Buber, quella delle originarie comunità collettivistiche dei Kibbutz fondate sul modello del “socialismo utopico”, dietro al quale si coltivava l’idea di una comunità federativa bi-nazionale, ebraico-palestinese, che rendesse quell’esperienza un esempio di rigenerazione sociale nel Medio Oriente e sviluppasse un modello di convivenza a livello planetario. Capire come invece sia stata intrapresa un’altra strada, lungo la quale Israele si sia “guadagnato” nei decenni successivi quella supremazia militare e politica in Medioriente ai danni non solo delle comunità palestinesi (che popolavano da sempre Canaan, quella striscia di terra dal Giordano al Mediterraneo e che noi conosciamo come galilea, samaria e giudea), ma anche degli egiziani, dei giordani, dei siriani, spesso offrendo sponde e diventando il braccio militare di potenze mondiali, come dimostrarono in modo evidente le vicende della guerra per il controllo di Suez (1956-57). Bisognerebbe studiare i Palestinesi, i loro isolamento politico, anche da parte degli altri arabi (a cominciare da siriani di Assad- padre, a quell’Arabia Saudita, tanto fondamentalista e intransigente sul piano religioso, quanto egoista e materiale su quello politico, da essere il principale alleato proprio di quelle potenze occidentali), il ruolo ambiguo della Russia (e ancor di più dell’URSS prima) e degli stessi USA e il rischio che certe frustrazioni rischino continuamente di essere incanalate dentro strategie eterodirette e spostate su un piano diverso (da qui le contaminazioni passate con gli hezbollah in Libano o quelle attuali con i Jihadisti). Quale pace giusta per i Palestinesi?
Ma tutto ciò non ci esima dalla ricerca delle responsabilità. Non ci esenti dal tracciare una linea precisa e indelebile tra ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Non ci impedisca di cogliere “scarti” tra tutte le vittime.
Invece ancora una volta si precipita in questa eterna campagna elettorale, per cui sempre più spesso in difesa incondizionata di Israele e delle sue azioni si sollevano, a volte timide più spesso spavalde, le voci del Partito Unico (dai supercazzolatori professionisti che scrivono su “Ateniesi”, agli scorretti di professione del Foglio o di Libero), con l’obiettivo di derubricare scelte scellerate e manifestazioni di potenza, in “inoppugnabili necessità difensive di Israele”, come se fosse l’unico, o l’assolutamente preponderante, valore degno di tutela in quel calderone umano che è il Medioriente e obnubilando l’evidenza che, nella migliore delle ipotesi, i palestinesi abbiano assistito a un’inarrestabile sottrazione di spazi vitali.
Tutto ciò nell’intento, forse inconscio e in parte anche comprensibile ma infantile, di smarcarsi definitivamente da quella che va bollata come retorica filo-palestinese, cara alla vecchia, scandalosa, esecrabile sinistra. La necessità incombente di dimostrarsi ideologicamente “desinistratizzati” e pienamente convertiti al bene unico, occidentale e capitalistico, al punto da perdere anche un minimo di ragionevolezza. Che sgomento!
Ma uno Stato che si dice civile non può superare certi limiti, pur perseguendo un obiettivo legittimo come quello di catturare o neutralizzare sedicenti terroristi. Così come è ideologica la distinzione tra Stati e terroristi, perché Israele si macchia da decenni di atti terroristici, uguali e contrari a quelli di una qualunque organizzazione riconosciuta come terroristica. Ogni volta che Israele subisce un attacco (e do per buono che sia sbagliato), si sente politicamente, ideologicamente, storicamente autorizzato a una rappresaglia sproporzionata, che si traduce in qualcosa più vicina a una vendetta criminale, piuttosto che a un’azione di difesa. Perché non rapportata al danno subito, ma spettacolarmente superiore, a suggellare la superiorità militare sionista. Un eccesso di difesa che talvolta, diciamo spesso, si è manifestato anche con azioni preventive violentissime e inaccettabili sul piano morale e incerte anche nell’ambito del diritto internazionale (che neanche la giurisprudenza del caso Tellini, ai tempi di Mussolini). Sabra e Chatila, certo, ma anche Tell el Zaatar, quando i servizi israeliani cooperarono “da dietro” con i siriani di Assad e i falangisti maroniti di Gemayel. Non è forse un’ eccessiva estensione del concetto di difesa quella che ha portato spesso Israele al fianco della Turchia, anche quando si trattava di reprimere il “terrorismo” curdo (basti pensare l’arresto e alla consegna di Ocalan da parte del Mossad) altro capitolo doloroso? O non è piuttosto l’affermazione di un ruolo nel disegnare un assetto generale dell’intera area, sotto il controllo occidentale, nella quale il destino di interi popoli della loro identità e libertà sono condannati a una tragica sconfitta?
Certo, non possiamo negare che anche la politica palestinese, le sue guide e lo stesso Arafat non siano stati ambigui e crudeli anche verso il loro stesso popolo, ma questo non da ragione a Israele. La politica israeliana di espansione è sempre stata accompagnata dalla consapevolezza della fase negoziale a cui i vari governi israeliani sarebbero stati inevitabilmente  indotti o costretti, subito dopo. Più ti spingi in là e maggiore sarà la rinuncia che metterai sul tavolo e in cambio della quale più stringenti condizioni a te favorevoli riuscirai a ottenere. E’ in questa logica che Israele continua a spingere i palestinesi dentro un circuito di violenza, per prepararsi il terreno ad azioni sempre più ampie e profonde. La predisposizione di condizioni utili a giustificare azioni durissime. E’ questo il punto. Per quanto si possa leggere tutto alla lente delle contrapposte  strategie politiche e militari di Hamas e del governo Israeliano, per quanto ci si possa soffermare sulle rispettive filosofie di scontro e relegare ogni considerazione nella cruda razionalità di guerra, dobbiamo decidere e farlo apertamente e senza ipocrisie se dobbiamo ritenere superata l’era dei diritti umanitari universali, ritenendoli in qualche modo negoziabili o dobbiamo affermarne l’esistenza e quindi il valore assoluto e incontrovertibile e pretendere che Israele faccia grandi passi indietro, perché il popolo palestinese non coincide solo con la popolazione di Gaza e con le comunità sparse per la Cisgiordania, ma conta centinai di migliaia di profughi dispersi a cui la storia deve una risposta, come quella che si è preteso di dare agli ebrei. E la distruzione del Libano è la più evidente conseguenza di questo mancato passo indietro. L’opera di insediamento sionista non è stata concertata. Non si è sviluppata in un’ottica di integrazione, ma ha seguito la logica della sottomissione e talvolta del sopruso, furbo e consapevolmente. Una lenta ma irresistibile espansione che inevitabilmente segregava via via quella comunità umana ancora arcaica, quasi pastorale ma pacifica, di arabi dal deserto che si erano fatti stanziali, nei secoli, in quei territori,   lontano dai riflettori della ribalta internazionale. Se una qualche forma di convivenza, talvolta è stata raggiunta, si è trattato sempre di un compromesso molto al ribasso per i palestinesi. E’ tempo di cambiare prospettiva e di trattare Israele come qualunque altro Stato. E allora è giunto davvero il momento di domandarci se a Israele dobbiamo continuare a perdonare tutto!

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