Cavalier R

“Riecco la balena bianca. O il garofano rosso?” Mi domandavo, già un anno fa.
Manca certo il quadro valoriale di quella che raccolse la tradizione cattolica e popolare prefascista, o l’eredità nenniana.

Non si tratta di una riedizione di quell’ esperienza che si fece garante per quarant’anni di un equilibrio politico, voluto e protetto dalla Nato e dal Vaticano, e della etero-supportata tenuta sociale in piena vigenza del modello fordista.

Si tratta invece di un soggetto nuovo, capace di superare la bipolarità della seconda repubblica, inaugurato forse più velocemente di quanto si aspettasse, allo scopo provvidenziale di mettere in sicurezza ambienti che hanno iniziato a sentirsi minacciati dall’avvento più che del M5S in se stesso, dalla potenzialità che questo ha di dare volume elettorale a un disagio economico sociale e culturale, che altrimenti sedimenterebbe nell’atonia del non voto.

Un conto è l’innocua e anzi benedetta astensione, che non scalfisce, anzi garantisce, la sopravvivenza di elite; un conto la perniciosa e incontrollata catalisi dei malesseri. Poco importa se il 40% degli elettori diserti le urne.

A dimostrazione che in Italia, più che altrove nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

L’andamento circolare della politica si conferma anche su cicli lunghi, diciamo intorno ai venti anni. Tanti ne sono trascorsi da quel dies irae del 92, in cui la fine della guerra fredda aveva lasciato che i partiti fossero travolti da tangentopoli. Ma come araba fenice, eccoli resuscitare dalle ceneri. Il senso più ampio dell’operazione che ha riconfermato Napolitano al colle, è infatti quello di dare definitivamente vita a un nuovo soggetto politico, che è andato generandosi per lenta e faticosa sedimentazione in questi anni – sotto l’ombra della parte politicamente più attiva dell’establishment economico, essenzialmente finanziario e imprenditoriale – e che ha trovato una sua prima sperimentazione nell’esperienza del governo Monti e che oggi inevitabilmente andava varato, magari anticipando i tempi previsti, allo scopo di neutralizzare l’impennata delle istanze di cambiamento, collegate all’inaspettata affermazione del M5S, (dal punto di vista sia quantitativo, visto che ha raccolto l’incredibile 25% di consenso su base nazionale attraverso un canale poco controllabile come internet, sia qualitativo, visto che nei blog è molto più agevole un lavoro di controinformazione, senza i preventivi filtri dei giornalisti a libro paga e senza contare la fedeltà disciplinare degli eletti rispetto al mandato politico).

Accanto a ciò, una fascia moderata di “sinistra”, fintamente progressista, sentimentalmente legata alle insegne della sinistra e molto meno al portato sociale ed economico, che si è aggiudicata una certa sicurezza sociale, in difesa della quale si è resa disponibile a interpretare la politica come occupazione di spazi pubblici e privati, dietro l’alibi della necessità storica, perdendo, giorno dopo giorno contatto con la realtà, che non andava più rappresentata,ma capitalizzata. Questo spiega bene anche l’inaspettato, ma solo apparentemente, degrado della moralità, sotto gli occhi di tutti.

La sostanziale novità del M5S e soprattutto il grado di contagiosità anche presso realtà che ne sembravano immuni, ha infatti inevitabilmente indotto la reazione del blocco moderato presente in parlamento, accelerando la necessità di far uscire allo scoperto il nuovo progetto politico che sarà sostenuto, senza travestimenti da uno schieramento che si è mantenuto tatticamente trasversale nel sistema bipolare figlio della seconda repubblica, ma che oggi sull’onda di urgenze può trovare formale legittimazione, sotto l’auspicio del presidente della repubblica.

Questo soggetto politico sarà costituito da tre segmenti (una parte del PDL e la parte preponderante del PD e pezzi di centro, finiti in SC o Casini) destinati a fondersi. Perché è pronto l’uomo in grado di sintetizzare quelle esperienze. O almeno è stata trovata la faccia giusta da offrire all’elettorato presente in tutti quei pezzi politici che oggi, grazie all’azione chiarificatrice e semplificatrice del M5S, può ridisegnare le mappe.

Il PDL ha dimostrato di non avere eredi. Nessuno a destra sarebbe stato in grado, in questo ultimo scorcio, di tenere unito tutto il cespite di consenso berlusconiano. Non Alfano che non ne ha il linguaggio, non ne ha l’appeal, forse nemmeno l’ambizione. Ne i colonnelli ex AN, con un passato politicamente troppo marcato a destra. Ne il plotone rinsecchito usurato e iper-schierato degli ex PSI, ne qualche miss banalità.

Non esiste nessuno nel PDL, in questo momento, in grado di superare positivamente la matrice anagrafica e politica richiesta.

Il paradosso vuole che quest’uomo venga da “sinistra”. Giovane, ex democristiano (non immediatamente inquadrabile a destra e non necessariamente a sinistra), ambizioso, buon comunicatore, ottimo self-promoter, ossessivamente incensato nei media mainstream, molto dialogante con i salotti “buoni” (da cui pioveranno denari sonanti sulle campagne elettorali), capace di glassare con le parole d’ordine della modernità, del realismo, del nuovismo i definitivi strappi al sistema sociale e la diversa riallocazione delle risorse che certi ambienti attendono con impazienza in cambio dell’apertura di credito.

Il PD non passerà per un redde rationem, diserterà l’appuntamento con lo specchio della storia. Il popolo dei democratici, in questi anni si è lasciato sfilare sotto il naso di tutto, di più. Come la sua, prediletta RAI. Ha perso sensibilità. Nonostante il mito gonfiato delle primarie, della democrazia interna, infatti non sono riusciti ad evitare che la stessa classe dirigente sopravvivesse per tempi sovietici e continuasse a orientare le scelte del partito. Si sono raccolti sotto una montagna di alibi, pur di non dichiarare il fallimento, scritto nelle perenni indecisioni, nella tradizionale attitudine al compromesso, nell’ossessione del governo a tutti i costi a fronte dell’irrimediabile perdita della capacità di fare opposizione. Nell’incapacità (preordinata?) di incidere con forza proprio su quei temi, come il lavoro, la scuola, la difesa dell’ambiente, lo stato sociale, i beni comuni e gli stessi diritti civili che erano il loro terreno elettivo. Nella graduale disponibilità ad abbassare l’asticella dell’etica pubblica e a sottovalutare la dilagante corruzione, anche al suo interno, tra i suoi quadri. Così come non sono riusciti a smarcarsi dalle promesse di marinaio con cui hanno imbastito le ultime campagne elettorali.

Ormai pienamente allineati alle logiche anche più discutibili del mercato, hanno abdicato a un ruolo critico verso l’austerity e i vincoli usurari imposti dai tavoli europei. Il popolo dei democratici ha accettato scelte incoerenti con il proprio sentire di sinistra, si è lasciato imbevere dal mito machiavellico della strategia e ha abbandonato un orizzonte ideale, lasciandosi dietro fasce preoccupanti di poveri, precari, incattiviti.

Qualche sparuta voce discorde è stata lasciata ad abbaiare alla luna ed era chiaro come la leggera brezza di protesta contro i mitici 101, il teatrino dell’occupy PD, non avrebbe spostato di un millimetro la direzione del partito. Perché ormai l’elettore PD ha nello stomaco un pelo duro e resistente. E così sarà sempre di più. Accetteranno come sempre le scelte anche se sentite come sbagliate, perché la sopravvivenza del partito va difesa a qualunque costo e a quel punto, si rifugeranno nell’urgenza del momento, nell’impossibilità di fare altrimenti, nella costante emergenza e giungeranno ad addossare ad altri le proprie responsabilità.

Così le larghe intese sono riuscite a normalizzare i conflitti interni del PD e a produrre qualche necessario strappo a destra, predisponendo il terreno per il lancio definitivo del nuovo soggetto politico guidato da Renzi, a coreografia del quale si muoveranno gli altri soggetti, destinati a far da comparse.

Dall’altra parte un M5S finalmente neutralizzato, disinnescato, dietro la comoda vulgata dell’incapacità a dialogare, chiamato a pescare a sinistra del pensiero unico, assurto a partito. E finalmente i poteri forti si sentiranno meno precari e potranno contare non più sul bizzoso e inaffidabile cavaliere B e le sue sconsiderate abitudini, ma su un cavaliere R., che quell’attenzione gli garantirà, senza poter essere accusato ne da destra ne da sinistra.

Lo ammettesse D’Alema di essere stato superato. Se il rifiuto aprioristico di un’alleanza con il cavalier B mostrava una subalternità culturale, citando Gramsci, arriviamo alla fusione a freddo. Tiè e ari-tiè!

Si preparasse Renzi a inaugurare la nuova DC e si illudessero ancora gli iscritti di stare dentro un partito di sinistra, tornerà alla ribalta un’Italia ancora più vecchia, quella dei particolarismi dei mille poteri, con il trasformismo massiccio dei gruppi dirigenti, a guidare questa fanfara verso il fango.

Siegfried Kracauer disse su Napoleone III :

ebbe la strana fortuna di imbattersi in una società che andava in cerca di fantasmagorie!

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...