I ROM e le demagogie dei gagé

I ROM spaccano. Non saranno l’emergenza in un paese già crocefisso da atavici tumori endogeni, ma ogni volta che trovano modo di guadagnare le luci della ribalta, e lo fanno con condotte eufemisticamente non edificanti, assurgono a prisma di ideologie. Solo apparentemente contrapposte.
In realtà trame demagogiche che si contendono il campo, ognuna delle quali vive e prospera all’ombra dell’altra, alimentandosi a vicenda  e finendo per elidersi, perché sono esattamente uguali e contrarie.
Che si tratti del deplorevole episodio quotidiano, o dell’infame gesto criminale, ecco aprirsi l’avanspettacolo della destra e della sinistra all’italiana, entrambi impegnate nello spasmodico tentativo di darsi una ripulita, prima ancora di mettersi drammaticamente alla ricerca di un’identità.
Davanti alle apocalittiche  affermazioni dell’una, ecco levarsi la sdegnata sconfessione del problema dei ROM, da parte dell’altra.
All’invocazione catartica delle ruspe per rimuovere i campi ROM, fa eco la difesa incondizionata delle comunità ROM.
Salvini versus le anime belle.
L’uno che pompa il problema, gli altri che lo negano.
L’uno che ci fa campagna elettorale sopra, gli altri che si nutrono di emergenze sociali, autolegittimandosi e favorendone la “businessazione”, come finalmente sta emergendo anche attraverso le indagini della magistratura.
Il misero furbastro demagogo che il giorno dopo dell’incidente di Roma twitta: “Raderemo al suolo tutti i campi Rom, a cominciare da quelli abusivi” è lo stesso che, in giacca e cravatta alla kermesse dei giovani rampolli di confindustria a santa margherita ligure, corregge la versione, affermando che “i ROM sono in fondo alla scala delle emergenze di questo paese”. Che poi, guarda caso, è uno degli argomenti di riserva delle anime belle.
Esasperante e improcrastinabile talvolta, diversivo distraente talaltra.
Riflessi pavloviani incrociati che partono dal comune presupposto per cui la questione ROM esiste solo nella cosmologia pagana degli adepti dell’addome.
E l’addome, si sa, è sostanzialmente incapace di provare un disagio reale, non è portatore di nessuna istanza che non sia etero-determinata e controllabile. Perché quelle rabbie sono solo il frutto di paure irrazionali per definizione e quei nodi irrisolti, quei malesseri sono sempre e solo opera di illusionisti professionisti, di neanche troppo arditi mestatori.
Fuffa dei non rappresentati, periferia sociale sopra cui soffiare un fuoco controllato, per incassarne il momentaneo consenso o a cui riservare soffici circonlocuzioni, indottrinandola alla rimozione.
In ogni caso fregandosene. E il problema è solo di chi ce l’ha.
Che si tratti di un portafoglio rubato o di una madre persa alla fermata di un autobus, delle minacce sotto la metropolitana, o di un giardino o di una strada che rimarrà senza luce per anni senza i cavi di rame, del randagismo molesto o dell’immondizia sparsa dai cassonetti, dell’effrazione dell’auto o del furto in casa.
Negazione che crea frustrazione.
Frustrazione che sfocia in rassegnazione.
Rassegnazione che si traduce in impotenza. Che finirà per sommarsi ad altre – troppe? – impotenze che si terranno in vita sotto la cenere e il cui calore si misurerà su tempi lunghi.
L’obiettivo è l’abitudine. Ci si abitua a tutto, anche alle cose brutte.
E tutto relativizza. L’eccezione si sostituisce alla regola. I principi sbandierati a destra e manca digradano verso la benevola tolleranza, l’oggetto dello stigma finirà per suscitare indulgente acquiescenza.
Perché così impone l’ideologia delle anime belle che non è altro che l’altra faccia delle ruspe di Salvini.
E il canone civico portato in bella mostra nel curriculum quotidiano e orgogliosamente brandito, cede di fronte a un malinteso rispetto delle diversità.
Che allude a ben altro che agli insediamenti, abusivi e non, trasformati in discariche.
A ben altro che all’oscuro sfruttamento delle donne spesso ragazzine, soggette a impenetrabili gerarchie ancestrali.
A ben altro che all’immagine di bambini senza fanciullezza,  addestrati al denaro, come al sangue i cani da combattimento.
A ben altro che alla diffusa propensione verso l’illegalità, come manifestazione implicita di un generale rifiuto della nostra società. Non solo delle sue forme organizzate ma anche delle prassi della convivenza civile, non formalizzate.
Qui non si tratta di concetti giuridici come la cittadinanza e la dote di diritti a essa riconducibile. Non stiamo parlando di burocrazie che si sovrappongono a uomini e ai loro bisogni.
Qui si tratta di un complesso di valori di riferimento, non necessariamente codificati, che i ROM rigettano, denigrano e al limite sfruttano.
E’ un alibi ideologico quello di addossare allo Stato la responsabilità di questa situazione. O più in generale alla nostra società.
Sia che ci si riferisca a un’italica idiosincrasia verso le regole, sia che si voglia chiamare in causa lo Stato e le sue articolazioni per imputargli ritardi, incapacità, lacune, frutto di corruttele e financo di complicità criminali, non si può sottacere come il fallimento dell’integrazione dei ROM sia ascrivibile alla loro indisponibilità.
Se si prescinde da questo assunto ci si accontenta, in buona o in cattiva fede, di mezze comode verità.
L’integrazione è un processo bi-direzionale. All’integrando è richiesta partecipazione attiva. Disponibilità alla condivisione.
Che concezione sarebbe quella per cui le regole si rispettano solo dentro il paradigma autoritario?
C’è una condizione pre-giuridica che è rappresentata dal sentirsi parte di una società e che induce o dovrebbe indurre a rispettare le regole, non semplicemente perché imposte, ma perché percepite come funzionali alla convivenza. Un senso del giusto e del corretto che precede la prescrizione formalizzata in una norma.
Una convenienza del vivere civile, in assenza della quale dovremmo ipotizzare interventi repressivi, attingendo a strumenti presenti nel nostro ordinamento. Perché a quello si dovrebbe ricorrere per portare dei bambini in età scolare a scuola, piuttosto che assistere alle tristemente note scene, dei piccoli obbligati a elemosinare tutto il giorno, dietro minacce e percosse.
Altro che l’indignato farfugliare di fascismo o di razzismo!
E allora posso dire pure che l’insipienza e la corruzione non hanno aiutato l’integrazione, ma non posso dire che la mancata integrazione  e lo stato di degrado delle comunità rom dipenda da questo, perché sarebbe oscurare una parte di verità. Il solito atteggiamento ideologico che si è rivelato catastrofico in molte situazioni in italia. Senza contare che questo imbuto concettuale, non solo rischia di essere responsabile di un imbarbarimento delle relazioni, non solo renderebbe “legittime” le vie private di “composizione”, ma più in generale indebolisce il ruolo della politica.

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