Questo è un paese per vecchi

Reazione d’apparato, quella del PD, c’era da aspettarselo. Stesso schema, stessi schiamazzi del 2013. Non riescono a essere originali nemmeno quando starnazzano. Se pizzichi il potere, quello ti sbrana. Poca autocritica, molta isteria antigrillina. Scontato, visto che abbiamo la sinistra non solo moderata almeno quanto quella di Blair, ma più compromessa d’Europa.
Come non riconoscervi lo spirito conservatore che ha storicamente segnato il nucleo dello stesso PCI? Così poco riformatore e invece costantemente preoccupato di farsi garante della tenuta del sistema e quindi poco incline ad assecondare e governare le trasformazioni, ad aggiornare i modelli di analisi e la conseguente struttura organizzativa, da aver perso tutti i treni che gli sono passati accanto e contribuito, se non per dolo per colpa grave, al de profundis attuale.
Negli anni settanta, in nome del compromesso storico e della fedeltà incondizionata a quel modello, rinunciò a qualunque forma dialettica con la sinistra c.d. extraparlamentare e si raccolse intorno a un giudizio indistinto fino a rendersi disponibile a reprimere brutalmente (dalle incursioni poliziesche nelle aree del “movimento”, alla decapitazione giudiziaria dell’intellighenzia dell’ Autonomia Operaia – Inchiesta 7 aprile 1979: Negri, Scalzone, Piperno) tutto ciò che esisteva alla sua sinistra, gruppi che ospitavano le fasce emarginate dei non garantiti e dei non organizzati.
Scommettendo su un ruolo – che non gli era e non gli sarebbe stato richiesto in futuro, essendo ben più degnamente rivestito da altri – a presidio dell’ordine costituito.
Pubblico, politico o economico che fosse.
E’ così che Lama e Berlinguer – acconsentendo a una revisione del rapporto lavoro-capitale, nel quale si accettava che il primo si avviasse verso quel cambiamento concordato in attesa, vana, che il capitale intraprendesse quella parallela evoluzione preconizzata nel nuovo patto sociale – finirono per aprire le porte al craxismo e alle prime lacerazioni da questo operato alla trama dei diritti sociali.
Innescatosi lì il processo di emancipazione dal ruolo di proiezione politica del fattore lavoro e della struttura sociale su esso edificata, ai reduci del PCI, ormai orfani dell’URSS, non restava che la parola d’ordine della sopravvivenza a tutti i costi.
Riciclarsi, per quanto faticoso e indigesto dovesse risultare quel processo, dentro l’era nuova del pensiero unico capitalista, calandosi acriticamente dentro il paradigma deideologizzato del potere per il potere, della gestione al posto della Politica, della tattica in luogo della visione e infine della opportunità/necessità di trovare nuovi spazi di legittimazione fuori dai blocchi sociali di riferimento. Il sospirato contrappasso rispetto al pericolo rosso che avevano recitano loro malgrado per almeno trentacinque anni. Dall’idea di colonizzare ambienti prima ostili in nome di una modernità rilanciata a livello planetario, all’impegno costante verso un’opera di sistematizzazione e consolidamento della bipolarità figlia della seconda repubblica, che gli garantisse un’esclusività di posizione, un monopolio di polarità.
E’ stato questo l’obiettivo strategico che ha ispirato gli ultimi vent’anni della politica della sinistra partitocratica italiana.
Questo è stato il modo con cui venne approcciata l’inquietante novità, nei primi anni novanta, di Berlusconi.
Questo è stato il modello a cui è stato di volta in volta affidato il governo della convivenza con lo stesso.
La strenua ricerca di un sistema fondato sul reciproco riconoscimento, sulla legittimazione biunivoca che avesse l’effetto immediato di ridimensionare e di anestetizzare le compresenze sulle rispettive sponde e di impostare un assetto stabile di governo del paese basato sulla presenza di due apparati politico-economici assoluti. L’uno irrimediabilmente verticale ma precario, perché personificato in Berlusconi e minacciato dall’opacità della sua storia, dal suo peso economico e instabile per la discutibilità delle sue aderenze, l’altro più orizzontale, accreditato e accettabile.
Ma entrambi indisponibili a rinunciare ad essere totalizzanti.
Accomunati da una visione politica cinica di un potere che non può non dispiegarsi in ogni andito, anche minimo, della società.
Intrusivo e limitante, antidemocratico e paralizzante, senza trovare paragoni in altri paesi che pure citiamo in continuazione.
Nelle parole dei suoi uomini più rappresentativi, la trama di un declino valoriale che si accompagna all’edificazione di un blocco di potere che fagocita il bipolarismo. Il traumatizzante intervento di Violante alla Camera nel 2003 https://www.youtube.com/watch?v=swntE1iWB5Y o l’appello lanciato da Fassino nel 2006, dalle pagine del Foglio di Ferrara per lanciare la candidatura di D’Alema alla Presidenza della Repubblica, http://www.ilfoglio.it/soloqui/2836 sono la plastica rappresentazione di un sistema nel quale la contrapposizione elettorale ha uno scopo eminentemente spartitorio venendo obnubilato ogni elemento di visione, di prospettiva. I due attori si muovono su un palcoscenico, mimano ruoli ma lo sfondo è inamovibile, i suoi cardini sono protetti e inattaccabili. E’ un regime.
Apparentemente morta e sepolta con Tangentopoli, quella concezione gemmata già negli anni 70, vive attualizzata nella forma duale in cui ognuno assurge a sistema solare retto da un espressione partitica intorno al quale si tengono in orbita stabile pezzi pubblici e privati.
Una sfera di influenza fortemente condizionante e che colloca dentro una mappa data l’associazionismo (in tutti i settori, dall’ambiente ai consumi, dalla ricerca al terzo settore), il consociativismo sindacale e datoriale, il mondo della cultura (compresi quelli tangenziali come lo spettacolo e lo sport), dell’informazione e più in generale della comunicazione pubblico e privato, il sistema finanziario delle banche e delle fondazioni, il mondo imprenditoriale privato e pubblico (le partecipate, e le finte privatizzate, vedi Cassa depositi e prestiti), le amministrazioni pubbliche centrale e locali.
Egemonia culturale di un deprecabile conformismo che pretende di condizionare tutto, dalle cattedre universitarie al festival di Sanremo.
Dal posto dell’ultimo spazzino dell’ultimo paese a un premio letterario, dall’organizzazione di un evento pubblico, al finanziamento di un’opera cinematografica o teatrale, a un’iniziativa di solidarietà, non c’ è nulla che non sia contrattato politicamente.

La RAI sempre più insopportabilmente privatizzata dalle segreterie dei partiti che richiederebbe un gesto netto e provocatorio, diceva Miche Serra
La brutale lottizzazione della RAI non è un segreto per nessuno. Non sarà forse per questo che troviamo l’ennesimo magistrato entrato in politica – Gherardo Colombo – a fare il membro nel CDA della RAI, in quota PD? E’ naturale allora che Augias –padre? Figlia? continui l’ennesima – la prima volta fu nel 91! –trasmissione di taglio culturale, dove ancora ieri cazzeggiava Veltroni con l’ultimo capolavoro letterario!
E sorvolo sulla campagna elettorale di Fazio e della Littizzetto e della faziosità, travestita da satira di regime, con cui ormai da mesi, trasmettono da una TV pagata dai cittadini, indipendentemente da chi votano!

Le indecisioni, le lentezze compromissorie, le occasioni perse sul terreno del possibile, del qui/ora, del buon senso civile. Meglio continuare a ventilare, come se fossero minacce pubblicitarie e velleitarie una serie di misure di igiene pubblica rimandandole all’infinito! E’ dal congresso di Occhetto del 90 che il PCI doveva uscire dalle USL!
Il discorso degli ultimi segretari espressi dalla sinistra contengono tutto, alla maniera brezneviana o castrista.
Parlano per un tempo infinito.
E nel Paese, intanto si consumano squarci tra organizzati e non organizzati, tra rappresentati e non rappresentati o sottorappresentati, tra garantiti e non garantiti, tra vecchi e giovani, tra ricchi e poveri, altro che la scontata e fuorviante dicotomia Nord-Sud. Basterebbe vedere i rapporti OCSE sugli andamenti tra profitti e salari, per capire quale sia stata la direzione del paese.
Scarsa mobilità sociale, ridotta stratificazione, quello che viene riprodotto in termini di sottilizzazione della fascia media della popolazione.
Senza neanche una classe intellettuale che aiutasse a leggere e a delineare un orizzonte ideale di questa politica. Quella classe intellettuale che il PCI a suo modo e sul filo di qualche imbarazzo, aveva però cercato di cooptare e da cui ambiva lasciarsi ispirare e che invece oggi, in un ruolo completamente ribaltato, è servente nei partiti, affinché gli vengano garantiti spazi di visibilità.
Cazzo Grillo!
Perché Grillo non è un terzo attore del sistema, è l’antisistema.
Il linguaggio, le idee, gli strumenti sono tutti extra.
Quel “battere la lingua sul tamburo” (come avrebbe detto De Andrè) è più credibile dell’eloquio zuccheroso e finto di molta politica. Spinge a guardare il contenuto e a non fidarsi dell’etichetta.
Allora gli alibi vanno a nutrirsi di altro: l’incompetenza, la mancanza di una visione sono i bastoni branditi per scacciare il nuovo.
Ora, che piaccia o meno, il vero portato di novità del M5S risiede nella non ascrivibilità di questo movimento a qualche topos politico tradizionale o quanto meno nella sua, anche inconsapevole, potenzialità di destrutturarli per poi sintetizzarli in forme originali, ma inevitabilmente spurie. E l’ossessione con cui, principalmente a sinistra, si sta alimentando la questione, rende l’idea di quanto inadeguati siano i modelli di analisi, un tempo, a ragione, oggetto di vanto. E l’esegesi letteraria, da parte delle truppe cammellate al servizio dei “responsabili” delle parole che Grillo ha speso in migliaia di interventi, fatti praticamente ovunque, dinanzi alle più disparate platee, alla ricerca di contraddizioni che inevitabilmente spuntano fuori qua e là, fanno solo da diversivo, sostituendo una requisitoria disincantata e onesta sui propri fallimenti. L’insistenza con cui si è guardato fino ad ora e si continui tuttora a guardare molto di più all’autore che alla sua opera, la dice lunga sul ritardo nell’elaborazione. O, ad essere meno farisaici, la direbbe lunga sul conservatorismo dominante.
Nella testa e nel cuore, invece, il senso della mutazione, se in questo Paese che ho rischiato e rischio di non amare più, c’è ancora qualcuno che si prenda l’incarico di rimettere in discussione il sistema dalle fondamenta, che non dia nulla per scontato, che sfugga dal “dato” e corra verso il “potrebbe” e che per fare ciò sia pronto a disorientare, a rinunciare a punti di riferimento e spacchi le platee plaudenti, dimostrando, dal basso, come le categorie non sono neutre e dunque possano e anzi debbano cambiare, disinnescando il rischio che vengano usate per mantenersi al potere.
L’impressione che si vadano ridisegnando mappe logore, che non spiegano più. Un processo che va ben al di là dello stesso M5S, e che dovrebbe incuriosire piuttosto che insospettire. Dovrebbe spingere alla riflessione, e a ragionare sulle potenzialità di cambiamento e quindi sugli spazi inaspettati che il M5S potrebbe aprire, invece che lavorare, con modalità autoreferenziali, all’edificazione dei confini teorici e atteggiarsi come l’indigeno che pensa di fermare con il piede l’onda portata dalla marea.
Sento affiorare, anche nelle loro migliori performance accompagnate talvolta da qualche condivisibile osservazione, quel limite di retroguardia che ha sempre attecchito bene, anche in momenti molto diversi da questo, in quel territorio dai confini incerti che chiamiamo sinistra italiana. Ed è l’idea che ai fenomeni protestatari di massa, ai sommovimenti che di tanto in tanto hanno scosso gli assetti politici esistenti, andasse riconosciuta “legittimità” storica solo quando, e nella misura in cui, riuscissero a identificarsi o a farsi identificare dentro categorie date. E questo è stato lo strumento dialettico con cui di volta in volta si è fatta piazza pulita di qualunque spinta mettesse in discussione l’esistente. Proprio nel senso di aver preso parte, non sempre in modo pienamente consapevole, a un’opera “restauratrice” di mantenimento dello status quo.
Immaginare che i movimenti si generassero esclusivamente da ricostruzioni preventive, teoricamente “vagliate” e dunque vigenti, piuttosto che elaborare “all’interno e nel corso” i presupposti stessi , è stato forse la causa principale del fiato corto che nel tempo hanno dimostrato e la distorta incisività che hanno prodotto.
E siccome questo ha storicamente garantito l’intangibilità dei processi economici e dei sottostanti processi sociali e degli assetti che ne sono derivati, quasi sempre innescati dall’esterno, “nulla-ostati” dalle tecnocrazie transnazionali e poi “amministrati” internamente dalle elite industriali e finanziarie, sono andato via via convincendomi che siano le meteore a cambiare il destino, anche quando siano grezze e impure e talora informi. Con tutte le alee che vi si accompagnano.
Sono questi presupposti che fanno comprendere Grillo e l’ossessione grillina rispetto all’estraneità alla politica. E la cosa paradossale è che, proprio per i motivi di cui sopra, proprio a causa di quelle gravissime distorsioni della politica, la competenza, intesa come insieme di qualità utili a guidare una comunità, finisce in contraddizione con l’estraneità alla politica.
Dobbiamo decidere. O ci stiamo o rassegnamoci a intere dinastie familiari in politica e negli universi circostanti dell’economia e dell’informazione.

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