Questo è un paese per vecchi

Reazione d’apparato, quella del PD, c’era da aspettarselo. Stesso schema, stessi schiamazzi del 2013. Non riescono a essere originali nemmeno quando starnazzano. Se pizzichi il potere, quello ti sbrana. Poca autocritica, molta isteria antigrillina. Scontato, visto che abbiamo la sinistra non solo moderata almeno quanto quella di Blair, ma più compromessa d’Europa.
Come non riconoscervi lo spirito conservatore che ha storicamente segnato il nucleo dello stesso PCI? Così poco riformatore e invece costantemente preoccupato di farsi garante della tenuta del sistema e quindi poco incline ad assecondare e governare le trasformazioni, ad aggiornare i modelli di analisi e la conseguente struttura organizzativa, da aver perso tutti i treni che gli sono passati accanto e contribuito, se non per dolo per colpa grave, al de profundis attuale.
Negli anni settanta, in nome del compromesso storico e della fedeltà incondizionata a quel modello, rinunciò a qualunque forma dialettica con la sinistra c.d. extraparlamentare e si raccolse intorno a un giudizio indistinto fino a rendersi disponibile a reprimere brutalmente (dalle incursioni poliziesche nelle aree del “movimento”, alla decapitazione giudiziaria dell’intellighenzia dell’ Autonomia Operaia – Inchiesta 7 aprile 1979: Negri, Scalzone, Piperno) tutto ciò che esisteva alla sua sinistra, gruppi che ospitavano le fasce emarginate dei non garantiti e dei non organizzati.
Scommettendo su un ruolo – che non gli era e non gli sarebbe stato richiesto in futuro, essendo ben più degnamente rivestito da altri – a presidio dell’ordine costituito.
Pubblico, politico o economico che fosse.
E’ così che Lama e Berlinguer – acconsentendo a una revisione del rapporto lavoro-capitale, nel quale si accettava che il primo si avviasse verso quel cambiamento concordato in attesa, vana, che il capitale intraprendesse quella parallela evoluzione preconizzata nel nuovo patto sociale – finirono per aprire le porte al craxismo e alle prime lacerazioni da questo operato alla trama dei diritti sociali.
Innescatosi lì il processo di emancipazione dal ruolo di proiezione politica del fattore lavoro e della struttura sociale su esso edificata, ai reduci del PCI, ormai orfani dell’URSS, non restava che la parola d’ordine della sopravvivenza a tutti i costi.
Riciclarsi, per quanto faticoso e indigesto dovesse risultare quel processo, dentro l’era nuova del pensiero unico capitalista, calandosi acriticamente dentro il paradigma deideologizzato del potere per il potere, della gestione al posto della Politica, della tattica in luogo della visione e infine della opportunità/necessità di trovare nuovi spazi di legittimazione fuori dai blocchi sociali di riferimento. Il sospirato contrappasso rispetto al pericolo rosso che avevano recitano loro malgrado per almeno trentacinque anni. Dall’idea di colonizzare ambienti prima ostili in nome di una modernità rilanciata a livello planetario, all’impegno costante verso un’opera di sistematizzazione e consolidamento della bipolarità figlia della seconda repubblica, che gli garantisse un’esclusività di posizione, un monopolio di polarità.
E’ stato questo l’obiettivo strategico che ha ispirato gli ultimi vent’anni della politica della sinistra partitocratica italiana.
Questo è stato il modo con cui venne approcciata l’inquietante novità, nei primi anni novanta, di Berlusconi.
Questo è stato il modello a cui è stato di volta in volta affidato il governo della convivenza con lo stesso.
La strenua ricerca di un sistema fondato sul reciproco riconoscimento, sulla legittimazione biunivoca che avesse l’effetto immediato di ridimensionare e di anestetizzare le compresenze sulle rispettive sponde e di impostare un assetto stabile di governo del paese basato sulla presenza di due apparati politico-economici assoluti. L’uno irrimediabilmente verticale ma precario, perché personificato in Berlusconi e minacciato dall’opacità della sua storia, dal suo peso economico e instabile per la discutibilità delle sue aderenze, l’altro più orizzontale, accreditato e accettabile.
Ma entrambi indisponibili a rinunciare ad essere totalizzanti.
Accomunati da una visione politica cinica di un potere che non può non dispiegarsi in ogni andito, anche minimo, della società.
Intrusivo e limitante, antidemocratico e paralizzante, senza trovare paragoni in altri paesi che pure citiamo in continuazione.
Nelle parole dei suoi uomini più rappresentativi, la trama di un declino valoriale che si accompagna all’edificazione di un blocco di potere che fagocita il bipolarismo. Il traumatizzante intervento di Violante alla Camera nel 2003 https://www.youtube.com/watch?v=swntE1iWB5Y o l’appello lanciato da Fassino nel 2006, dalle pagine del Foglio di Ferrara per lanciare la candidatura di D’Alema alla Presidenza della Repubblica, http://www.ilfoglio.it/soloqui/2836 sono la plastica rappresentazione di un sistema nel quale la contrapposizione elettorale ha uno scopo eminentemente spartitorio venendo obnubilato ogni elemento di visione, di prospettiva. I due attori si muovono su un palcoscenico, mimano ruoli ma lo sfondo è inamovibile, i suoi cardini sono protetti e inattaccabili. E’ un regime.
Apparentemente morta e sepolta con Tangentopoli, quella concezione gemmata già negli anni 70, vive attualizzata nella forma duale in cui ognuno assurge a sistema solare retto da un espressione partitica intorno al quale si tengono in orbita stabile pezzi pubblici e privati.
Una sfera di influenza fortemente condizionante e che colloca dentro una mappa data l’associazionismo (in tutti i settori, dall’ambiente ai consumi, dalla ricerca al terzo settore), il consociativismo sindacale e datoriale, il mondo della cultura (compresi quelli tangenziali come lo spettacolo e lo sport), dell’informazione e più in generale della comunicazione pubblico e privato, il sistema finanziario delle banche e delle fondazioni, il mondo imprenditoriale privato e pubblico (le partecipate, e le finte privatizzate, vedi Cassa depositi e prestiti), le amministrazioni pubbliche centrale e locali.
Egemonia culturale di un deprecabile conformismo che pretende di condizionare tutto, dalle cattedre universitarie al festival di Sanremo.
Dal posto dell’ultimo spazzino dell’ultimo paese a un premio letterario, dall’organizzazione di un evento pubblico, al finanziamento di un’opera cinematografica o teatrale, a un’iniziativa di solidarietà, non c’ è nulla che non sia contrattato politicamente.

La RAI sempre più insopportabilmente privatizzata dalle segreterie dei partiti che richiederebbe un gesto netto e provocatorio, diceva Miche Serra
La brutale lottizzazione della RAI non è un segreto per nessuno. Non sarà forse per questo che troviamo l’ennesimo magistrato entrato in politica – Gherardo Colombo – a fare il membro nel CDA della RAI, in quota PD? E’ naturale allora che Augias –padre? Figlia? continui l’ennesima – la prima volta fu nel 91! –trasmissione di taglio culturale, dove ancora ieri cazzeggiava Veltroni con l’ultimo capolavoro letterario!
E sorvolo sulla campagna elettorale di Fazio e della Littizzetto e della faziosità, travestita da satira di regime, con cui ormai da mesi, trasmettono da una TV pagata dai cittadini, indipendentemente da chi votano!

Le indecisioni, le lentezze compromissorie, le occasioni perse sul terreno del possibile, del qui/ora, del buon senso civile. Meglio continuare a ventilare, come se fossero minacce pubblicitarie e velleitarie una serie di misure di igiene pubblica rimandandole all’infinito! E’ dal congresso di Occhetto del 90 che il PCI doveva uscire dalle USL!
Il discorso degli ultimi segretari espressi dalla sinistra contengono tutto, alla maniera brezneviana o castrista.
Parlano per un tempo infinito.
E nel Paese, intanto si consumano squarci tra organizzati e non organizzati, tra rappresentati e non rappresentati o sottorappresentati, tra garantiti e non garantiti, tra vecchi e giovani, tra ricchi e poveri, altro che la scontata e fuorviante dicotomia Nord-Sud. Basterebbe vedere i rapporti OCSE sugli andamenti tra profitti e salari, per capire quale sia stata la direzione del paese.
Scarsa mobilità sociale, ridotta stratificazione, quello che viene riprodotto in termini di sottilizzazione della fascia media della popolazione.
Senza neanche una classe intellettuale che aiutasse a leggere e a delineare un orizzonte ideale di questa politica. Quella classe intellettuale che il PCI a suo modo e sul filo di qualche imbarazzo, aveva però cercato di cooptare e da cui ambiva lasciarsi ispirare e che invece oggi, in un ruolo completamente ribaltato, è servente nei partiti, affinché gli vengano garantiti spazi di visibilità.
Cazzo Grillo!
Perché Grillo non è un terzo attore del sistema, è l’antisistema.
Il linguaggio, le idee, gli strumenti sono tutti extra.
Quel “battere la lingua sul tamburo” (come avrebbe detto De Andrè) è più credibile dell’eloquio zuccheroso e finto di molta politica. Spinge a guardare il contenuto e a non fidarsi dell’etichetta.
Allora gli alibi vanno a nutrirsi di altro: l’incompetenza, la mancanza di una visione sono i bastoni branditi per scacciare il nuovo.
Ora, che piaccia o meno, il vero portato di novità del M5S risiede nella non ascrivibilità di questo movimento a qualche topos politico tradizionale o quanto meno nella sua, anche inconsapevole, potenzialità di destrutturarli per poi sintetizzarli in forme originali, ma inevitabilmente spurie. E l’ossessione con cui, principalmente a sinistra, si sta alimentando la questione, rende l’idea di quanto inadeguati siano i modelli di analisi, un tempo, a ragione, oggetto di vanto. E l’esegesi letteraria, da parte delle truppe cammellate al servizio dei “responsabili” delle parole che Grillo ha speso in migliaia di interventi, fatti praticamente ovunque, dinanzi alle più disparate platee, alla ricerca di contraddizioni che inevitabilmente spuntano fuori qua e là, fanno solo da diversivo, sostituendo una requisitoria disincantata e onesta sui propri fallimenti. L’insistenza con cui si è guardato fino ad ora e si continui tuttora a guardare molto di più all’autore che alla sua opera, la dice lunga sul ritardo nell’elaborazione. O, ad essere meno farisaici, la direbbe lunga sul conservatorismo dominante.
Nella testa e nel cuore, invece, il senso della mutazione, se in questo Paese che ho rischiato e rischio di non amare più, c’è ancora qualcuno che si prenda l’incarico di rimettere in discussione il sistema dalle fondamenta, che non dia nulla per scontato, che sfugga dal “dato” e corra verso il “potrebbe” e che per fare ciò sia pronto a disorientare, a rinunciare a punti di riferimento e spacchi le platee plaudenti, dimostrando, dal basso, come le categorie non sono neutre e dunque possano e anzi debbano cambiare, disinnescando il rischio che vengano usate per mantenersi al potere.
L’impressione che si vadano ridisegnando mappe logore, che non spiegano più. Un processo che va ben al di là dello stesso M5S, e che dovrebbe incuriosire piuttosto che insospettire. Dovrebbe spingere alla riflessione, e a ragionare sulle potenzialità di cambiamento e quindi sugli spazi inaspettati che il M5S potrebbe aprire, invece che lavorare, con modalità autoreferenziali, all’edificazione dei confini teorici e atteggiarsi come l’indigeno che pensa di fermare con il piede l’onda portata dalla marea.
Sento affiorare, anche nelle loro migliori performance accompagnate talvolta da qualche condivisibile osservazione, quel limite di retroguardia che ha sempre attecchito bene, anche in momenti molto diversi da questo, in quel territorio dai confini incerti che chiamiamo sinistra italiana. Ed è l’idea che ai fenomeni protestatari di massa, ai sommovimenti che di tanto in tanto hanno scosso gli assetti politici esistenti, andasse riconosciuta “legittimità” storica solo quando, e nella misura in cui, riuscissero a identificarsi o a farsi identificare dentro categorie date. E questo è stato lo strumento dialettico con cui di volta in volta si è fatta piazza pulita di qualunque spinta mettesse in discussione l’esistente. Proprio nel senso di aver preso parte, non sempre in modo pienamente consapevole, a un’opera “restauratrice” di mantenimento dello status quo.
Immaginare che i movimenti si generassero esclusivamente da ricostruzioni preventive, teoricamente “vagliate” e dunque vigenti, piuttosto che elaborare “all’interno e nel corso” i presupposti stessi , è stato forse la causa principale del fiato corto che nel tempo hanno dimostrato e la distorta incisività che hanno prodotto.
E siccome questo ha storicamente garantito l’intangibilità dei processi economici e dei sottostanti processi sociali e degli assetti che ne sono derivati, quasi sempre innescati dall’esterno, “nulla-ostati” dalle tecnocrazie transnazionali e poi “amministrati” internamente dalle elite industriali e finanziarie, sono andato via via convincendomi che siano le meteore a cambiare il destino, anche quando siano grezze e impure e talora informi. Con tutte le alee che vi si accompagnano.
Sono questi presupposti che fanno comprendere Grillo e l’ossessione grillina rispetto all’estraneità alla politica. E la cosa paradossale è che, proprio per i motivi di cui sopra, proprio a causa di quelle gravissime distorsioni della politica, la competenza, intesa come insieme di qualità utili a guidare una comunità, finisce in contraddizione con l’estraneità alla politica.
Dobbiamo decidere. O ci stiamo o rassegnamoci a intere dinastie familiari in politica e negli universi circostanti dell’economia e dell’informazione.

I ROM e le demagogie dei gagé

I ROM spaccano. Non saranno l’emergenza in un paese già crocefisso da atavici tumori endogeni, ma ogni volta che trovano modo di guadagnare le luci della ribalta, e lo fanno con condotte eufemisticamente non edificanti, assurgono a prisma di ideologie. Solo apparentemente contrapposte.
In realtà trame demagogiche che si contendono il campo, ognuna delle quali vive e prospera all’ombra dell’altra, alimentandosi a vicenda  e finendo per elidersi, perché sono esattamente uguali e contrarie.
Che si tratti del deplorevole episodio quotidiano, o dell’infame gesto criminale, ecco aprirsi l’avanspettacolo della destra e della sinistra all’italiana, entrambi impegnate nello spasmodico tentativo di darsi una ripulita, prima ancora di mettersi drammaticamente alla ricerca di un’identità.
Davanti alle apocalittiche  affermazioni dell’una, ecco levarsi la sdegnata sconfessione del problema dei ROM, da parte dell’altra.
All’invocazione catartica delle ruspe per rimuovere i campi ROM, fa eco la difesa incondizionata delle comunità ROM.
Salvini versus le anime belle.
L’uno che pompa il problema, gli altri che lo negano.
L’uno che ci fa campagna elettorale sopra, gli altri che si nutrono di emergenze sociali, autolegittimandosi e favorendone la “businessazione”, come finalmente sta emergendo anche attraverso le indagini della magistratura.
Il misero furbastro demagogo che il giorno dopo dell’incidente di Roma twitta: “Raderemo al suolo tutti i campi Rom, a cominciare da quelli abusivi” è lo stesso che, in giacca e cravatta alla kermesse dei giovani rampolli di confindustria a santa margherita ligure, corregge la versione, affermando che “i ROM sono in fondo alla scala delle emergenze di questo paese”. Che poi, guarda caso, è uno degli argomenti di riserva delle anime belle.
Esasperante e improcrastinabile talvolta, diversivo distraente talaltra.
Riflessi pavloviani incrociati che partono dal comune presupposto per cui la questione ROM esiste solo nella cosmologia pagana degli adepti dell’addome.
E l’addome, si sa, è sostanzialmente incapace di provare un disagio reale, non è portatore di nessuna istanza che non sia etero-determinata e controllabile. Perché quelle rabbie sono solo il frutto di paure irrazionali per definizione e quei nodi irrisolti, quei malesseri sono sempre e solo opera di illusionisti professionisti, di neanche troppo arditi mestatori.
Fuffa dei non rappresentati, periferia sociale sopra cui soffiare un fuoco controllato, per incassarne il momentaneo consenso o a cui riservare soffici circonlocuzioni, indottrinandola alla rimozione.
In ogni caso fregandosene. E il problema è solo di chi ce l’ha.
Che si tratti di un portafoglio rubato o di una madre persa alla fermata di un autobus, delle minacce sotto la metropolitana, o di un giardino o di una strada che rimarrà senza luce per anni senza i cavi di rame, del randagismo molesto o dell’immondizia sparsa dai cassonetti, dell’effrazione dell’auto o del furto in casa.
Negazione che crea frustrazione.
Frustrazione che sfocia in rassegnazione.
Rassegnazione che si traduce in impotenza. Che finirà per sommarsi ad altre – troppe? – impotenze che si terranno in vita sotto la cenere e il cui calore si misurerà su tempi lunghi.
L’obiettivo è l’abitudine. Ci si abitua a tutto, anche alle cose brutte.
E tutto relativizza. L’eccezione si sostituisce alla regola. I principi sbandierati a destra e manca digradano verso la benevola tolleranza, l’oggetto dello stigma finirà per suscitare indulgente acquiescenza.
Perché così impone l’ideologia delle anime belle che non è altro che l’altra faccia delle ruspe di Salvini.
E il canone civico portato in bella mostra nel curriculum quotidiano e orgogliosamente brandito, cede di fronte a un malinteso rispetto delle diversità.
Che allude a ben altro che agli insediamenti, abusivi e non, trasformati in discariche.
A ben altro che all’oscuro sfruttamento delle donne spesso ragazzine, soggette a impenetrabili gerarchie ancestrali.
A ben altro che all’immagine di bambini senza fanciullezza,  addestrati al denaro, come al sangue i cani da combattimento.
A ben altro che alla diffusa propensione verso l’illegalità, come manifestazione implicita di un generale rifiuto della nostra società. Non solo delle sue forme organizzate ma anche delle prassi della convivenza civile, non formalizzate.
Qui non si tratta di concetti giuridici come la cittadinanza e la dote di diritti a essa riconducibile. Non stiamo parlando di burocrazie che si sovrappongono a uomini e ai loro bisogni.
Qui si tratta di un complesso di valori di riferimento, non necessariamente codificati, che i ROM rigettano, denigrano e al limite sfruttano.
E’ un alibi ideologico quello di addossare allo Stato la responsabilità di questa situazione. O più in generale alla nostra società.
Sia che ci si riferisca a un’italica idiosincrasia verso le regole, sia che si voglia chiamare in causa lo Stato e le sue articolazioni per imputargli ritardi, incapacità, lacune, frutto di corruttele e financo di complicità criminali, non si può sottacere come il fallimento dell’integrazione dei ROM sia ascrivibile alla loro indisponibilità.
Se si prescinde da questo assunto ci si accontenta, in buona o in cattiva fede, di mezze comode verità.
L’integrazione è un processo bi-direzionale. All’integrando è richiesta partecipazione attiva. Disponibilità alla condivisione.
Che concezione sarebbe quella per cui le regole si rispettano solo dentro il paradigma autoritario?
C’è una condizione pre-giuridica che è rappresentata dal sentirsi parte di una società e che induce o dovrebbe indurre a rispettare le regole, non semplicemente perché imposte, ma perché percepite come funzionali alla convivenza. Un senso del giusto e del corretto che precede la prescrizione formalizzata in una norma.
Una convenienza del vivere civile, in assenza della quale dovremmo ipotizzare interventi repressivi, attingendo a strumenti presenti nel nostro ordinamento. Perché a quello si dovrebbe ricorrere per portare dei bambini in età scolare a scuola, piuttosto che assistere alle tristemente note scene, dei piccoli obbligati a elemosinare tutto il giorno, dietro minacce e percosse.
Altro che l’indignato farfugliare di fascismo o di razzismo!
E allora posso dire pure che l’insipienza e la corruzione non hanno aiutato l’integrazione, ma non posso dire che la mancata integrazione  e lo stato di degrado delle comunità rom dipenda da questo, perché sarebbe oscurare una parte di verità. Il solito atteggiamento ideologico che si è rivelato catastrofico in molte situazioni in italia. Senza contare che questo imbuto concettuale, non solo rischia di essere responsabile di un imbarbarimento delle relazioni, non solo renderebbe “legittime” le vie private di “composizione”, ma più in generale indebolisce il ruolo della politica.

Cavalier R

“Riecco la balena bianca. O il garofano rosso?” Mi domandavo, già un anno fa.
Manca certo il quadro valoriale di quella che raccolse la tradizione cattolica e popolare prefascista, o l’eredità nenniana.

Non si tratta di una riedizione di quell’ esperienza che si fece garante per quarant’anni di un equilibrio politico, voluto e protetto dalla Nato e dal Vaticano, e della etero-supportata tenuta sociale in piena vigenza del modello fordista.

Si tratta invece di un soggetto nuovo, capace di superare la bipolarità della seconda repubblica, inaugurato forse più velocemente di quanto si aspettasse, allo scopo provvidenziale di mettere in sicurezza ambienti che hanno iniziato a sentirsi minacciati dall’avvento più che del M5S in se stesso, dalla potenzialità che questo ha di dare volume elettorale a un disagio economico sociale e culturale, che altrimenti sedimenterebbe nell’atonia del non voto.

Un conto è l’innocua e anzi benedetta astensione, che non scalfisce, anzi garantisce, la sopravvivenza di elite; un conto la perniciosa e incontrollata catalisi dei malesseri. Poco importa se il 40% degli elettori diserti le urne.

A dimostrazione che in Italia, più che altrove nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

L’andamento circolare della politica si conferma anche su cicli lunghi, diciamo intorno ai venti anni. Tanti ne sono trascorsi da quel dies irae del 92, in cui la fine della guerra fredda aveva lasciato che i partiti fossero travolti da tangentopoli. Ma come araba fenice, eccoli resuscitare dalle ceneri. Il senso più ampio dell’operazione che ha riconfermato Napolitano al colle, è infatti quello di dare definitivamente vita a un nuovo soggetto politico, che è andato generandosi per lenta e faticosa sedimentazione in questi anni – sotto l’ombra della parte politicamente più attiva dell’establishment economico, essenzialmente finanziario e imprenditoriale – e che ha trovato una sua prima sperimentazione nell’esperienza del governo Monti e che oggi inevitabilmente andava varato, magari anticipando i tempi previsti, allo scopo di neutralizzare l’impennata delle istanze di cambiamento, collegate all’inaspettata affermazione del M5S, (dal punto di vista sia quantitativo, visto che ha raccolto l’incredibile 25% di consenso su base nazionale attraverso un canale poco controllabile come internet, sia qualitativo, visto che nei blog è molto più agevole un lavoro di controinformazione, senza i preventivi filtri dei giornalisti a libro paga e senza contare la fedeltà disciplinare degli eletti rispetto al mandato politico).

Accanto a ciò, una fascia moderata di “sinistra”, fintamente progressista, sentimentalmente legata alle insegne della sinistra e molto meno al portato sociale ed economico, che si è aggiudicata una certa sicurezza sociale, in difesa della quale si è resa disponibile a interpretare la politica come occupazione di spazi pubblici e privati, dietro l’alibi della necessità storica, perdendo, giorno dopo giorno contatto con la realtà, che non andava più rappresentata,ma capitalizzata. Questo spiega bene anche l’inaspettato, ma solo apparentemente, degrado della moralità, sotto gli occhi di tutti.

La sostanziale novità del M5S e soprattutto il grado di contagiosità anche presso realtà che ne sembravano immuni, ha infatti inevitabilmente indotto la reazione del blocco moderato presente in parlamento, accelerando la necessità di far uscire allo scoperto il nuovo progetto politico che sarà sostenuto, senza travestimenti da uno schieramento che si è mantenuto tatticamente trasversale nel sistema bipolare figlio della seconda repubblica, ma che oggi sull’onda di urgenze può trovare formale legittimazione, sotto l’auspicio del presidente della repubblica.

Questo soggetto politico sarà costituito da tre segmenti (una parte del PDL e la parte preponderante del PD e pezzi di centro, finiti in SC o Casini) destinati a fondersi. Perché è pronto l’uomo in grado di sintetizzare quelle esperienze. O almeno è stata trovata la faccia giusta da offrire all’elettorato presente in tutti quei pezzi politici che oggi, grazie all’azione chiarificatrice e semplificatrice del M5S, può ridisegnare le mappe.

Il PDL ha dimostrato di non avere eredi. Nessuno a destra sarebbe stato in grado, in questo ultimo scorcio, di tenere unito tutto il cespite di consenso berlusconiano. Non Alfano che non ne ha il linguaggio, non ne ha l’appeal, forse nemmeno l’ambizione. Ne i colonnelli ex AN, con un passato politicamente troppo marcato a destra. Ne il plotone rinsecchito usurato e iper-schierato degli ex PSI, ne qualche miss banalità.

Non esiste nessuno nel PDL, in questo momento, in grado di superare positivamente la matrice anagrafica e politica richiesta.

Il paradosso vuole che quest’uomo venga da “sinistra”. Giovane, ex democristiano (non immediatamente inquadrabile a destra e non necessariamente a sinistra), ambizioso, buon comunicatore, ottimo self-promoter, ossessivamente incensato nei media mainstream, molto dialogante con i salotti “buoni” (da cui pioveranno denari sonanti sulle campagne elettorali), capace di glassare con le parole d’ordine della modernità, del realismo, del nuovismo i definitivi strappi al sistema sociale e la diversa riallocazione delle risorse che certi ambienti attendono con impazienza in cambio dell’apertura di credito.

Il PD non passerà per un redde rationem, diserterà l’appuntamento con lo specchio della storia. Il popolo dei democratici, in questi anni si è lasciato sfilare sotto il naso di tutto, di più. Come la sua, prediletta RAI. Ha perso sensibilità. Nonostante il mito gonfiato delle primarie, della democrazia interna, infatti non sono riusciti ad evitare che la stessa classe dirigente sopravvivesse per tempi sovietici e continuasse a orientare le scelte del partito. Si sono raccolti sotto una montagna di alibi, pur di non dichiarare il fallimento, scritto nelle perenni indecisioni, nella tradizionale attitudine al compromesso, nell’ossessione del governo a tutti i costi a fronte dell’irrimediabile perdita della capacità di fare opposizione. Nell’incapacità (preordinata?) di incidere con forza proprio su quei temi, come il lavoro, la scuola, la difesa dell’ambiente, lo stato sociale, i beni comuni e gli stessi diritti civili che erano il loro terreno elettivo. Nella graduale disponibilità ad abbassare l’asticella dell’etica pubblica e a sottovalutare la dilagante corruzione, anche al suo interno, tra i suoi quadri. Così come non sono riusciti a smarcarsi dalle promesse di marinaio con cui hanno imbastito le ultime campagne elettorali.

Ormai pienamente allineati alle logiche anche più discutibili del mercato, hanno abdicato a un ruolo critico verso l’austerity e i vincoli usurari imposti dai tavoli europei. Il popolo dei democratici ha accettato scelte incoerenti con il proprio sentire di sinistra, si è lasciato imbevere dal mito machiavellico della strategia e ha abbandonato un orizzonte ideale, lasciandosi dietro fasce preoccupanti di poveri, precari, incattiviti.

Qualche sparuta voce discorde è stata lasciata ad abbaiare alla luna ed era chiaro come la leggera brezza di protesta contro i mitici 101, il teatrino dell’occupy PD, non avrebbe spostato di un millimetro la direzione del partito. Perché ormai l’elettore PD ha nello stomaco un pelo duro e resistente. E così sarà sempre di più. Accetteranno come sempre le scelte anche se sentite come sbagliate, perché la sopravvivenza del partito va difesa a qualunque costo e a quel punto, si rifugeranno nell’urgenza del momento, nell’impossibilità di fare altrimenti, nella costante emergenza e giungeranno ad addossare ad altri le proprie responsabilità.

Così le larghe intese sono riuscite a normalizzare i conflitti interni del PD e a produrre qualche necessario strappo a destra, predisponendo il terreno per il lancio definitivo del nuovo soggetto politico guidato da Renzi, a coreografia del quale si muoveranno gli altri soggetti, destinati a far da comparse.

Dall’altra parte un M5S finalmente neutralizzato, disinnescato, dietro la comoda vulgata dell’incapacità a dialogare, chiamato a pescare a sinistra del pensiero unico, assurto a partito. E finalmente i poteri forti si sentiranno meno precari e potranno contare non più sul bizzoso e inaffidabile cavaliere B e le sue sconsiderate abitudini, ma su un cavaliere R., che quell’attenzione gli garantirà, senza poter essere accusato ne da destra ne da sinistra.

Lo ammettesse D’Alema di essere stato superato. Se il rifiuto aprioristico di un’alleanza con il cavalier B mostrava una subalternità culturale, citando Gramsci, arriviamo alla fusione a freddo. Tiè e ari-tiè!

Si preparasse Renzi a inaugurare la nuova DC e si illudessero ancora gli iscritti di stare dentro un partito di sinistra, tornerà alla ribalta un’Italia ancora più vecchia, quella dei particolarismi dei mille poteri, con il trasformismo massiccio dei gruppi dirigenti, a guidare questa fanfara verso il fango.

Siegfried Kracauer disse su Napoleone III :

ebbe la strana fortuna di imbattersi in una società che andava in cerca di fantasmagorie!

 

Quando la smetteremo di perdonare tutto a Israele ?

C’è sempre un’insidia dietro l’angolo quando si parla di Medioriente. Un campo minato nel quale ogni affermazione, soprattutto quella meno cauta, rischia di essere smentita e addirittura ribaltata. Un gioco degli specchi nel quale sembra impossibile cogliere una verità unica e condivisa, ma ci si deve rassegnare alla convivenza di diverse verità, tutte apparentemente vere e, quindi, tutte apparentemente false.
Ma questa complessità è stata, spesso, assunta come via di fuga da un discorso sulle responsabilità, dal momento che ogni atto militare o politico dell’uno o dell’altro soggetto, “pretende” di essere considerato come conseguenza ineluttabile di un atto precedente. La cui interpretazione, e qui sta uno dei passaggi più accidentati, è imprescindibile dalla sua percezione, che non può non essere soggettiva.
L’elemento ideologico sta, invece, proprio nello schema per cui: “Nessuno è responsabile mai”. Schema retorico tutt’altro che neutrale, ma piuttosto funzionale a dare razionalità alla serie inaudita di abomini che si consumano in quei territori. Rifiutiamo pure le copertine ideologiche, superiamo i luoghi comuni e le posizioni pregiudiziali, sforziamoci di capire, spingiamoci ad approfondire e riappropriamoci di una visione critica in grado di distinguere e delimitare, con responsabilità e onestà, ciò che è bene da ciò che è male, perché la continua opera di relativizzazione è vigliacca, tanto quanto coloro che spargono sangue.
Bisognerebbe studiare il sionismo, ufficialmente nato nel 1881 ma anticipato da lunga gestazione, le sue premesse e il suo sviluppo. Conoscere con quali modalità le comunità ebraiche, all’inizio soprattutto europee (gli ashkenaziti delle “terre degli insediamenti”, dal Baltico a Odessa, per primi e poi tutti gli altri dopo la seconda guerra mondiale) decisero di “tornare” e “ri-impossessarsi” delle terre di Eretz Yisrael. E soprattutto capire perché sia fallita la visione di Landauer e soprattutto di Martin Buber, quella delle originarie comunità collettivistiche dei Kibbutz fondate sul modello del “socialismo utopico”, dietro al quale si coltivava l’idea di una comunità federativa bi-nazionale, ebraico-palestinese, che rendesse quell’esperienza un esempio di rigenerazione sociale nel Medio Oriente e sviluppasse un modello di convivenza a livello planetario. Capire come invece sia stata intrapresa un’altra strada, lungo la quale Israele si sia “guadagnato” nei decenni successivi quella supremazia militare e politica in Medioriente ai danni non solo delle comunità palestinesi (che popolavano da sempre Canaan, quella striscia di terra dal Giordano al Mediterraneo e che noi conosciamo come galilea, samaria e giudea), ma anche degli egiziani, dei giordani, dei siriani, spesso offrendo sponde e diventando il braccio militare di potenze mondiali, come dimostrarono in modo evidente le vicende della guerra per il controllo di Suez (1956-57). Bisognerebbe studiare i Palestinesi, i loro isolamento politico, anche da parte degli altri arabi (a cominciare da siriani di Assad- padre, a quell’Arabia Saudita, tanto fondamentalista e intransigente sul piano religioso, quanto egoista e materiale su quello politico, da essere il principale alleato proprio di quelle potenze occidentali), il ruolo ambiguo della Russia (e ancor di più dell’URSS prima) e degli stessi USA e il rischio che certe frustrazioni rischino continuamente di essere incanalate dentro strategie eterodirette e spostate su un piano diverso (da qui le contaminazioni passate con gli hezbollah in Libano o quelle attuali con i Jihadisti). Quale pace giusta per i Palestinesi?
Ma tutto ciò non ci esima dalla ricerca delle responsabilità. Non ci esenti dal tracciare una linea precisa e indelebile tra ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Non ci impedisca di cogliere “scarti” tra tutte le vittime.
Invece ancora una volta si precipita in questa eterna campagna elettorale, per cui sempre più spesso in difesa incondizionata di Israele e delle sue azioni si sollevano, a volte timide più spesso spavalde, le voci del Partito Unico (dai supercazzolatori professionisti che scrivono su “Ateniesi”, agli scorretti di professione del Foglio o di Libero), con l’obiettivo di derubricare scelte scellerate e manifestazioni di potenza, in “inoppugnabili necessità difensive di Israele”, come se fosse l’unico, o l’assolutamente preponderante, valore degno di tutela in quel calderone umano che è il Medioriente e obnubilando l’evidenza che, nella migliore delle ipotesi, i palestinesi abbiano assistito a un’inarrestabile sottrazione di spazi vitali.
Tutto ciò nell’intento, forse inconscio e in parte anche comprensibile ma infantile, di smarcarsi definitivamente da quella che va bollata come retorica filo-palestinese, cara alla vecchia, scandalosa, esecrabile sinistra. La necessità incombente di dimostrarsi ideologicamente “desinistratizzati” e pienamente convertiti al bene unico, occidentale e capitalistico, al punto da perdere anche un minimo di ragionevolezza. Che sgomento!
Ma uno Stato che si dice civile non può superare certi limiti, pur perseguendo un obiettivo legittimo come quello di catturare o neutralizzare sedicenti terroristi. Così come è ideologica la distinzione tra Stati e terroristi, perché Israele si macchia da decenni di atti terroristici, uguali e contrari a quelli di una qualunque organizzazione riconosciuta come terroristica. Ogni volta che Israele subisce un attacco (e do per buono che sia sbagliato), si sente politicamente, ideologicamente, storicamente autorizzato a una rappresaglia sproporzionata, che si traduce in qualcosa più vicina a una vendetta criminale, piuttosto che a un’azione di difesa. Perché non rapportata al danno subito, ma spettacolarmente superiore, a suggellare la superiorità militare sionista. Un eccesso di difesa che talvolta, diciamo spesso, si è manifestato anche con azioni preventive violentissime e inaccettabili sul piano morale e incerte anche nell’ambito del diritto internazionale (che neanche la giurisprudenza del caso Tellini, ai tempi di Mussolini). Sabra e Chatila, certo, ma anche Tell el Zaatar, quando i servizi israeliani cooperarono “da dietro” con i siriani di Assad e i falangisti maroniti di Gemayel. Non è forse un’ eccessiva estensione del concetto di difesa quella che ha portato spesso Israele al fianco della Turchia, anche quando si trattava di reprimere il “terrorismo” curdo (basti pensare l’arresto e alla consegna di Ocalan da parte del Mossad) altro capitolo doloroso? O non è piuttosto l’affermazione di un ruolo nel disegnare un assetto generale dell’intera area, sotto il controllo occidentale, nella quale il destino di interi popoli della loro identità e libertà sono condannati a una tragica sconfitta?
Certo, non possiamo negare che anche la politica palestinese, le sue guide e lo stesso Arafat non siano stati ambigui e crudeli anche verso il loro stesso popolo, ma questo non da ragione a Israele. La politica israeliana di espansione è sempre stata accompagnata dalla consapevolezza della fase negoziale a cui i vari governi israeliani sarebbero stati inevitabilmente  indotti o costretti, subito dopo. Più ti spingi in là e maggiore sarà la rinuncia che metterai sul tavolo e in cambio della quale più stringenti condizioni a te favorevoli riuscirai a ottenere. E’ in questa logica che Israele continua a spingere i palestinesi dentro un circuito di violenza, per prepararsi il terreno ad azioni sempre più ampie e profonde. La predisposizione di condizioni utili a giustificare azioni durissime. E’ questo il punto. Per quanto si possa leggere tutto alla lente delle contrapposte  strategie politiche e militari di Hamas e del governo Israeliano, per quanto ci si possa soffermare sulle rispettive filosofie di scontro e relegare ogni considerazione nella cruda razionalità di guerra, dobbiamo decidere e farlo apertamente e senza ipocrisie se dobbiamo ritenere superata l’era dei diritti umanitari universali, ritenendoli in qualche modo negoziabili o dobbiamo affermarne l’esistenza e quindi il valore assoluto e incontrovertibile e pretendere che Israele faccia grandi passi indietro, perché il popolo palestinese non coincide solo con la popolazione di Gaza e con le comunità sparse per la Cisgiordania, ma conta centinai di migliaia di profughi dispersi a cui la storia deve una risposta, come quella che si è preteso di dare agli ebrei. E la distruzione del Libano è la più evidente conseguenza di questo mancato passo indietro. L’opera di insediamento sionista non è stata concertata. Non si è sviluppata in un’ottica di integrazione, ma ha seguito la logica della sottomissione e talvolta del sopruso, furbo e consapevolmente. Una lenta ma irresistibile espansione che inevitabilmente segregava via via quella comunità umana ancora arcaica, quasi pastorale ma pacifica, di arabi dal deserto che si erano fatti stanziali, nei secoli, in quei territori,   lontano dai riflettori della ribalta internazionale. Se una qualche forma di convivenza, talvolta è stata raggiunta, si è trattato sempre di un compromesso molto al ribasso per i palestinesi. E’ tempo di cambiare prospettiva e di trattare Israele come qualunque altro Stato. E allora è giunto davvero il momento di domandarci se a Israele dobbiamo continuare a perdonare tutto!

26 MAGGIO 2014.

In un sistema paese come questo, se solo avessi più coraggio e meno sovrastrutture mentali, l’unica reazione sensata dovrebbe essere:
“Oggi mi gira e ci sta. Ma da domani cambio.
Fulmineo e adattabile come un italiano docg!
Sarò l’ex grillino pentito che ha visto la luce in Renzi.
Che si è sbagliato, che ha finalmente capito, che si è liberato dalla morsa di Grillo e Casaleggio, dal loro oscurantismo e che si sente pronto a tornare nell’alveo della politica buona, delle intenzioni serie, promosse dalle persone per bene, che non urlano, non strepitano, non spaventano i bambini e soprattutto non svegliano i nonni davanti alla TV che però, a differenza dei bambini, votano.
Prenderò coscienza del fatto che andare sui tetti è sbagliato a prescindere, anche se devi difendere la costituzione dagli attacchi di una maggioranza con i condannati.
Abiurerò ogni forma di intemperanza verbale, apprenderò il senso buono delle cose e imparerò a comprendere come a volte turarsi il naso o chiudere un occhio – o magari tutti e due – fa bene alla salute e rende più simpatici.
E che essere simpatici è molto meglio che essere arrabbiati e soprattutto conta di più, molto di più, che essere onesti.
Comincerò a blaterare astrazioni tipo, speranza, rimbocchiamoci le maniche, voglia di fare che vince sulla rabbia e canterò l’inno nazionale, prima delle partite dei mondiali, orgoglioso di vedere che il mio Presidente del Consiglio Renzi Matteo, canta anche lui.
Troverò argomenti convincenti per spiegare che gli 80 € donati ad alcuni, non hanno nulla a che vedere con i tagli alla scuola o con la sporcizia delle strade.
Imparerò a sorridere e a tollerare tutto, tranne la mancanza di stile e mi ritroverò al tuo fianco, compagno del PD in men che non si dica. . .
Facile no?

Renzi strategy ?

La lettura dell’articolo è vivamente sconsigliata a tutti coloro che possono aver pensato in questi giorni che Renzi abbia disarcionato Letta e accollatosi la responsabilità di governo per senso di responsabilità.
Perché quello di Renzi è un governo precario, tanto per solidarizzare con il mondo dei giovani!
Un anno di campagna elettorale, visibilità internazionale del semestre europeo e poi elezioni, libere o quasi. Il nodo è questa stramaledetta legge elettorale. Che senso avrebbe mettersi sulle spalle tutto questo ingombro, avviare un’opera di interventi che si preannunciano radicali e io credo ahime dolorosi su stato sociale, salari ecc. attraverso questa strada sconosciuta e pericolosa? Tanto più che staccare improvvisamente la spina a Letta, dopo aver ripetuto per mesi esattamente il contrario, bypassare le vie costituzionalmente corrette non è mossa gratuita, perché aprire l’ennesimo squarcio al funzionamento delle istituzioni getta un’ombra sulla sua credibilità e rischia di fargli perdere un po’ di consenso.
Semplicemente perché questa è solo una fase transitoria. Preliminare a quella che dovrà essere la consacrazione elettorale. Solo un pieno mandato elettorale lo legittimerebbe sul piano politico e metterebbe gli altri in mora. Ecco perché c’entra la legge elettorale. Non è un caso che il porcellum 2.0 sia frutto di un accordo con Berlusconi, visto che risponde alle esigenze molto pratiche di PDL e PD.
La legge elettorale sarà l’arma potente del ricatto. A Berlusconi serve a incaprettare Alfano. A Renzi per recuperare i voti di SEL e SC e soprattutto per mettere a tacere per sempre certe effimere e velleitarie voglie di scendere dal treno di correntine interne, tipo Civati. Il primo effetto, infatti sarà quello di far fuori i partiti piccoli, come SEL, SC e il NCD, a blindare la tenuta dei due partitoni affinché riassorbano quel consenso disperso. Il secondo, non meno importante è far fuori Grillo e il suo scomodo M5S, con il secondo turno.
Visto che il porcellum è incostituzionale per alcune parti e visto che il  mattarellum (compromesso gradito ai proporzionalisti pentastellati e che quindi Renzi avrebbe potuto usare come esca) non rispondeva a queste esigenze, ecco la nuova legge elettorale.
Questo disegno però era inattuabile con il precedente assetto di governo e con l’impossibilità di andare a elezioni in assenza di una legge elettorale.
Ora il Porcellum 2.0 non è accettabile da Alfano perché sancisce la sua estinzione e la morte di un progetto alternativo a FI. Alfano, quindi avrebbe minacciato Letta e la tenuta del suo governo, già indebolito dalle intemperanze interne al PD, soprattutto da quando Renzi ne è diventato segretario. Letta quindi debolissimo perché si reggeva sulla gamba instabile del PD, tutto accartocciato sulle beghe di corte, e sulla gamba esile del NCD, senza contare i ripetuti colpi di mortaio del potentissimo, ex alleato e oggi oppositore F.I.. Letta bloccava la legge elettorale, così come ha fatto fino ad ora, esattamente lo stesso atteggiamento avuto in occasione della mozione Giachetti.
Renzi, invece potrà contare su un sostegno forte del PD (l’abbraccio di Cuperlo, sancito da qualche poltrona ministeriale e con un Civati lasciato ad abbaiare alla luna, con qualche regalino anche a lui, visto che la nuova legge elettorale gli toglie ulteriore forza, come detto) su un NCD che oggi perde il suo potere di ricatto, perché come oggi può solo negoziare qualche poltrona e sulla non trascurabile non ostilità di Berlusconi.

Decreto Bankitalia. La demagogia dei finti realisti

L’articolo “Il Decreto Bankitalia: dati oggettivi e propaganda” uscito sul sito di NewNomics e riportato da Federica De Luca è eloquente e quindi utile.
Perché comunque lo si voglia considerare è emblematico del conflitto politico in atto, le cui posizioni si vanno ricostituendo rispetto a linee di demarcazione nuove e non immediatamente riconducibili a destra e sinistra, almeno come categorie storiche.
La lenta, ma inesorabile riscrittura della mappa politica è ovviamente vissuta con maggior drammaticità proprio a sinistra, perché lì si vanno consumando gli strappi più evidenti alle spinte identitarie. E forsanche perché l’eterogeneità delle destre è un assetto già storicizzato.
L’articolo in questione è figlio della visione per cui lo spazio politico debba necessariamente indietreggiare, in favore di una razionalità “neutra” dell’economica. Un primato dell’economia sul politico, per cui le scelte in campo economico, e dunque anche finanziario, sarebbero dotate di implicite ragioni “tecniche” che dovrebbero metterle al riparo da ogni considerazione di tipo opportunistico e dunque politico.
Nell’articolo non c’è una precisa presa di posizione sul merito, per cui l’iter argomentativo non asserisce la bontà del provvedimento, ma la parte di discrezionalità in esso contenuta viene coperta dall’”affidabilità” del comitato di esperti, “colleghi ai vertici della carriera accademica”, che hanno valutato la giusta misura nella rivalutazione delle quote delle banche private. Una non scelta, in un certo senso asettica, rispetto alla quale ogni tipo di valutazione di valore sarebbe una superfetazione, che rischia di produrre inutile gazzarra demagogica.
Ora non voglio entrare dentro argomenti che non conosco, rispetto ai quali potrei esprimere solo un giudizio sommario, in quella cosiddetta “parallela sfera laica” della conoscenza dei fatti. E d’altronde basta fare un giro per trovare posizioni tecnicamente molto argomentate e autorevolmente sostenute, che definiscono il decreto bankitalia una vera e propria porcata, spregiudicatamente a favore delle banche amiche, a cominciare dal MPS.

http://noisefromamerika.org/articolo/quote-bankitalia-solita-porcata  che non è un sito propriamente di sinistra – e vi invito caldamente a leggere il periodo finale, tagliente come una lama arroventata.

Però potrei molto umilmente rivendicare come cittadino che davanti a una misura che ha implicazioni importanti sarebbe utile un esame approfondito e chiare prese di posizioni nel luogo dove nelle democrazie si decide, ossia nel Parlamento. Perché infilare tale misura nello stesso decreto che abolisce la seconda rata dell’IMU? Perché blindarlo ponendo la questione di fiducia e impedendone lo spacchettamento?
Perché si trattava solo dell’ennesima furbata di una lunghissima serie che si tentava di far passare sotto traccia. E dispiace che a dare battaglia siano state le solite truppe dei pentastellati quando critiche intelligenti ed oneste sono partite anche tra le fila di altri partiti della stessa maggioranza. Eppure le sorti di questo paese che tutti dicono di amare e che sta scivolando in un declino meriterebbe un coraggio, che pochissimi possono vantare di avere.
Probabilmente tutto ciò è successo semplicemente perché quella misura non era così neutra. E averla collegata all’IMU era solo l’escamotage tecnico per cui opponendosi a essa si finiva inevitabilmente a opporsi anche alla restituzione dell’IMU.
E a questa tattica scorretta hanno fatto subito sponda, secondo uno schema collaudato che mostra il livello infimo dell’informazione nel Paese, i giornali schierati, con questi eloquenti titoli:

“CAMERA, OK ABOLIZIONE IMU. CAOS IN AULA M5S” (L’Unità – finanziamento pubblico)

“I 5STELLE INSULTANO NAPOLITANO: “BOIA”. E RISCHIANO DI FAR TORNARE L’IMU” (La Repubblica)

Nulla da aggiungere, credo.
Anzi, no. Un’ultima chicca dedicata alla tanto sensibile signora Boldrini e alla sua disonestà disarmante:

«Ho voluto impedire che oggi le famiglie italiane dovessero preoccuparsi di tornare a pagare la seconda rata dell’Imu, come sarebbe successo se non fosse stato votato per tempo un decreto legge che pure conteneva materie tra loro molto diverse»